di Velia Iacovino
Due mondi distanti, un’unica trama di prevaricazione e dominio: la sfida alla sovranità e ai diritti umani globali

Gaza e la Groenlandia: mondi distanti, intrecciati in un’unica trama, quella di una politica internazionale che ha ormai trasformato la legge del più forte nell’unico criterio di legittimità possibile. Se da una parte la Palestina vive la negazione del diritto alla propria terra, dall’altra la remota isola dell’Artico sta diventando teatro di una contesa in cui la sovranità è ridotta a merce di scambio. Entrambi i casi sono legati dalla mano di un unico attore: Donald Trump, che con la sua visione del mondo sta rinnegando le convenzioni diplomatiche e internazionali, sostituendo la negoziazione con il dominio e l’imposizione, riducendo ogni conflitto a una partita a somma zero in cui è solo lui a determinare le regole.
A Gaza, la sua proposta di un “Board for peace”, che dovrebbe trovare una soluzione al conflitto con Israele, cela in sé una nuova forma di colonialismo politico. Il piano per la regione non prevede un dialogo inclusivo né un riconoscimento reciproco, ma un accordo unilaterale che mette sotto tutela i palestinesi. Lo conferma l’invito che Trump ha rivolto al premier dello Stato ebraico, Netanyahu, di farne parte. Una mossa che conferma la volontà degli Stati Uniti di perpetuare la subalternità di questa terra. La logica è chiara: se non accetti il piano, sei irrilevante. Non c’è spazio per la trattativa, ma per l’annessione e la delegittimazione delle istanze storiche di un popolo.
Un altro fronte aperto è la Groenlandia, che si trova a fare i conti con la stessa logica di prevaricazione, ma in un contesto geopolitico diverso. Qui, Trump non si limita a un semplice approccio diplomatico, ma fa uso di minacce economiche per imporre la sua volontà. I dazi annunciati come “strumento di pressione” sui Paesi europei che rifiutano di cedere l’isola al controllo statunitense sono l’ennesimo segno di una politica estera che dimentica il diritto alla sovranità e alla libera autodeterminazione. La Groenlandia diventa un bene da acquistare, la sua sovranità non è più un principio, ma una negoziazione, una pura transazione economica. L’isola è solo una pedina da spostare sulla scacchiera globale, senza che le voci dei suoi abitanti o della Danimarca siano prese in considerazione.
Gaza e la Groenlandia, in questo senso, non sono solo due scenari distinti, ma il riflesso di un sistema globale che vede la legge del più forte come unico criterio di legittimità. Trump non è un attore casuale in questa dinamica, ma un protagonista consapevole che ha saputo sfruttare le leve economiche, politiche e militari per ribaltare le fondamenta del sistema internazionale, mettendo in discussione il principio di giustizia e i diritti dei popoli. La sovranità, sia territoriale che politica, viene ridotta a un’illusione: ciò che conta è la capacità di esercitare il dominio, e la resistenza è facilmente delegittimata.
Questa visione non è solo pericolosa per Gaza e la Groenlandia, ma per l’intero ordine internazionale. La politica di Trump non è un’anomalia; è un sintomo di una crescente tendenza a considerare le relazioni internazionali come una mera questione di forza. La fine della diplomazia, intesa come strumento di dialogo e comprensione reciproca, apre la porta a una nuova era di conflitti e rivalità, dove il diritto diventa una forma debole di resistenza, priva di potere di fronte alla potenza. Perché non ci si può illudere che l’approccio della forza sia una soluzione permanente. A lungo termine, il dominio senza giustizia genera solo instabilità. La vera sfida per il futuro non è solo fermare la deriva autoritaria di Trump, ma riscoprire la diplomazia come strumento di equilibrio e riconoscimento dei diritti, risollevando il valore della cooperazione internazionale sopra la logica del vincitore che elimina l’altro. Gaza e la Groenlandia sono solo due esempi di un mondo che rischia di dimenticare che la legittimità non nasce dalla prevaricazione, ma dal riconoscimento reciproco e dal rispetto dei diritti umani universali.
Se non torniamo a questo principio, rischiamo di assistere a un declino delle relazioni internazionali, dove ogni negoziato sarà solo un pretesto per estorcere concessioni al più debole. In un simile mondo, non ci sarà mai vera pace, né giustizia.
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