di Carlo Longo

Il giudice ha disposto il proscioglimento per tutti gli imputati, tra cui l’imprenditrice, in seguito all’assenza dell’aggravante che rendeva il reato procedibile d’ufficio

Il cosiddetto “Pandoro-Gate” si chiude definitivamente. Chiara Ferragni, al centro dell’inchiesta legata alle operazioni promozionali di alcuni prodotti alimentari a marchio Balocco e Dolci Preziosi, è stata prosciolta insieme agli altri due imputati, tra cui l’ex manager Fabio Maria Damato e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo.

«È la fine di un incubo», ha dichiarato visibilmente commossa Ferragni, esprimendo gratitudine nei confronti dei suoi legali e dei numerosi follower che l’hanno sostenuta nel corso della vicenda. L’imprenditrice digitale era difesa dagli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana.

Il procedimento ruotava attorno alla promozione dei pandori “Pink Christmas” e delle uova pasquali firmate Dolci Preziosi. Secondo l’accusa, le campagne pubblicitarie avrebbero indotto i consumatori a credere che una parte del ricavato fosse destinata a progetti di beneficenza, in realtà non esplicitamente inclusi nel prezzo dei prodotti.

Tuttavia, il giudice ha ritenuto infondata l’aggravante della “minorata difesa” riferita agli acquirenti online, che secondo l’accusa li avrebbe resi particolarmente vulnerabili. Proprio questa aggravante avrebbe reso il reato perseguibile d’ufficio, anche senza querela. Con la sua esclusione, e in seguito alla rinuncia alla denuncia da parte del Codacons e dell’Associazione Utenti Servizi Radiotelevisivi — avvenuta dopo un’intesa economica con la Ferragni — il procedimento è stato archiviato per estinzione del reato.

La procura di Milano, tramite il pm Cristian Barilli e l’aggiunto Eugenio Fusco, aveva chiesto una condanna a un anno e otto mesi per Ferragni e Damato, e un anno per Cannillo. Secondo le indagini della Guardia di Finanza, tra il 2021 e il 2022 l’influencer avrebbe tratto un vantaggio economico stimato in circa 2,2 milioni di euro, sfruttando la fiducia dei suoi follower e accrescendo la propria immagine pubblica tramite un apparente impegno filantropico.

Per l’accusa, Ferragni e il suo ex collaboratore avevano un ruolo decisivo nella gestione delle campagne pubblicitarie e nelle trattative con le aziende coinvolte. A loro spettava l’ultima parola su modalità e contenuti, e questo avrebbe rafforzato il valore persuasivo delle comunicazioni, soprattutto in considerazione della vastissima platea di seguaci della influencer.

Fin dall’inizio, però, la difesa ha sostenuto l’assenza di dolo, parlando di un errore comunicativo e non di una frode deliberata. Ferragni ha affrontato anche il versante amministrativo della vicenda versando oltre 3,4 milioni di euro in donazioni e risarcimenti. Una gestione trasparente che, secondo i legali, dimostrerebbe la buona fede e l’assenza di intenti truffaldini. In sede processuale, la difesa ha inoltre presentato numerosi scambi di comunicazioni con i partner commerciali a conferma della correttezza del comportamento della loro assistita.

Durante il rito abbreviato, l’imprenditrice aveva ribadito la sua posizione: «Tutto ciò che è stato fatto, lo è stato con le migliori intenzioni. Nessuno ha cercato di ottenere profitti in modo scorretto». Il principio del ne bis in idem, infine, ha rafforzato la tesi difensiva: non si può subire un doppio procedimento per lo stesso fatto, in questo caso già risolto sul piano sanzionatorio con l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato. Con il proscioglimento odierno, la vicenda giudiziaria si chiude definitivamente per tutti i coinvolti.

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