di Ennio Bassi

Ospite di Unomattina il 14 gennaio 2026, l’avvocata penalista Civita Di Russo ha ripercorso con Daniela Ferolla i momenti più significativi della sua carriera presentando il suo libro Indomita, una testimonianza civile che attraversa trent’anni di giurisprudenza

La giustizia, quando è vera, non fa sconti alla paura. Lo dimostra la storia di Civita Di Russo, avvocata penalista protagonista della puntata di Unomattina andata in onda il 14 gennaio 2026 su Rai1. Ospite dello studio, ha ripercorso con Daniela Ferolla la propria vicenda umana e professionale, una traiettoria che ha lasciato un segno profondo nella giurisprudenza italiana e che oggi trova una forma narrativa nel suo libro autobiografico Indomita.

Civita Di Russo è stata la prima donna in Italia a difendere i collaboratori di giustizia, in un’epoca – gli anni Novanta – in cui una simile scelta comportava rischi concreti, non solo sul piano professionale ma anche personale. Accettare quei mandati significava assumersi una responsabilità totale, fondata su una visione rigorosa della giustizia e sul principio secondo cui anche chi collabora con lo Stato ha diritto a una difesa piena e a un processo corretto.

Il suo nome è legato a processi storici contro le mafie, celebrati in contesti ad altissimo rischio. Difendere un pentito voleva dire esporsi contro l’omertà, contro i clan e, talvolta, anche contro l’isolamento istituzionale. Di Russo non ha mai arretrato, nemmeno nei momenti di maggiore pressione, portando sempre in aula il diritto, il codice e il senso profondo della funzione difensiva come presidio democratico.

Nel corso della puntata è emersa con forza la sua concezione della giustizia come sistema che non può agire per vendetta o semplificazione, ma che deve restare più forte del crimine proprio attraverso il rispetto delle regole. Difendere un collaboratore di giustizia, in questa prospettiva, non significa giustificarne le azioni, ma rafforzare l’autorità dello Stato di diritto.

Al centro dell’intervista televisiva, anche il libro Indomita, in cui l’avvocata racconta non solo i procedimenti giudiziari più rilevanti, ma anche il costo umano di una professione esercitata spesso in solitudine. Il volume attraversa oltre trent’anni di cronaca giudiziaria italiana e si configura come una riflessione civile sul ruolo dell’avvocatura, denunciando quella cultura del sospetto e della delegittimazione che ha spesso colpito chi ha scelto di difendere figure considerate scomode. Tra i concetti chiave del libro, quello che Di Russo definisce “indignazione positiva”: “il fatto che io abbia ascoltato tutto questo – ha spiegato l’avvocata in chiusura – non significa che lo abbia condiviso, al contrario mi sono sempre indignata e capivo la necessità di dover ascoltare queste persone, pur rimanendo distaccata”.

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