di Ennio Bassi

Intanto l’Iran è travolto da proteste duramente represse, mentre Washington invita i propri cittadini a lasciare il Paese e alza il livello dell’allerta

La linea ufficiale resta quella della diplomazia, ma l’ipotesi di un’azione militare contro l’Iran è sempre meno remota. Donald Trump, nelle ultime ore, ha intensificato le valutazioni sulle possibili mosse degli Stati Uniti, mentre il Paese mediorientale è scosso da due settimane di proteste che continuano senza sosta e che, negli ultimi giorni, sono state represse con estrema violenza dalle forze di sicurezza.

Secondo i media statunitensi, all’interno dell’amministrazione americana è in corso un acceso confronto. Diversi collaboratori di primo piano, guidati dal vicepresidente J.D. Vance, avrebbero spinto il presidente a tentare un ultimo canale diplomatico prima di prendere in considerazione un intervento armato diretto. Una linea prudente che, almeno per ora, sembra aver rallentato le opzioni più drastiche.

La linea dura di Trump è anche economica

Trump, tuttavia, ha già scelto di alzare la pressione economica. Nel pomeriggio ha annunciato l’introduzione immediata di un dazio del 25% contro qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica. Una misura che punta a isolare ulteriormente Teheran sul piano internazionale, mentre il regime continua a reprimere le manifestazioni e a limitare l’accesso alle comunicazioni, arrivando anche a bloccare i terminali Starlink.

Il clima di crescente instabilità è confermato anche dall’avviso diffuso dal Dipartimento di Stato americano e dall’Ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran, che hanno invitato con urgenza tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. Un segnale che rafforza l’idea di una situazione potenzialmente esplosiva.

Nelle prossime ore Trump incontrerà i suoi consiglieri più stretti per esaminare le opzioni sul tavolo. Secondo il Wall Street Journal, tra le ipotesi valutate figurano attacchi militari mirati, operazioni cyber, un ulteriore inasprimento delle sanzioni e il sostegno digitale a gruppi antigovernativi. Al momento, però, l’opzione militare sembrerebbe accantonata: i vertici delle forze armate avrebbero avvertito il presidente dei rischi elevati legati a bombardamenti su installazioni che potrebbero trovarsi in aree densamente popolate.

Parla Pahlavi mentre le vittime aumentano

Dagli Stati Uniti continua intanto a farsi sentire Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano e figura di riferimento dell’opposizione in esilio. Pahlavi ha esortato Trump a prendere una decisione rapida, incoraggiando gli iraniani a proseguire le proteste e proponendosi come possibile guida di una fase di transizione politica nel Paese. Da Teheran, però, la risposta è arrivata in toni durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Qalibaf, ha avvertito che un eventuale attacco americano renderebbe legittimi obiettivi sia Israele sia tutte le basi e le navi statunitensi presenti nella regione.

Sul terreno, intanto, il bilancio delle vittime continua a crescere. L’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, parla di almeno 656 morti accertati, tra cui 505 manifestanti e 113 membri delle forze di sicurezza, mentre sono in corso verifiche su altri centinaia di decessi. Gli arresti, dall’inizio delle proteste scoppiate il 28 dicembre, supererebbero le 10.700 unità. Il governo iraniano, dal canto suo, non ha diffuso dati ufficiali sulle vittime e continua ad attribuire la responsabilità delle violenze a interferenze straniere, accusando Stati Uniti e Israele di sostenere gruppi definiti “terroristi”.

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