di Mario Tosetti

La rivolta della società civile iraniana continua da oltre due settimane: almeno 544 morti secondo le ong, migliaia di arresti e scontro aperto con gli Stati Uniti

iranL’Iran è attraversato da una delle ondate di protesta più violente degli ultimi anni. Da oltre due settimane la mobilitazione della società civile infiamma città e province, mentre il bilancio delle vittime continua a salire. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i morti sarebbero già almeno 544, con migliaia di persone arrestate e un numero imprecisato di feriti.

Le manifestazioni, esplose inizialmente per la crisi economica e il crollo del rial, si sono trasformate rapidamente in una contestazione aperta al regime. Le piazze chiedono un cambiamento radicale, mentre le forze di sicurezza rispondono con una repressione sempre più dura.

La minaccia di Teheran a Washington e Israele

In questo clima di tensione crescente, le autorità iraniane hanno lanciato un avvertimento diretto agli Stati Uniti. Se Washington dovesse colpire l’Iran, come ipotizzato nei giorni scorsi dal presidente Donald Trump, allora Usa e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi”.

Una dichiarazione che segna un’ulteriore escalation verbale e che arriva mentre il Pentagono valuta diverse opzioni militari, comprese operazioni contro obiettivi strategici sul territorio iraniano. Da parte americana, Trump ha ribadito di avere “sul tavolo opzioni molto forti”, ma ha lasciato anche aperta la porta al dialogo, sostenendo che i leader iraniani sarebbero pronti a trattare.

Un Paese isolato e sotto controllo militare

Nel tentativo di soffocare la rivolta, il regime ha rafforzato il controllo sulle comunicazioni. Internet è fortemente limitato, i social network sono in gran parte bloccati e alle famiglie di Teheran sono arrivati messaggi ufficiali che invitano a tenere i figli lontani dalle proteste.

Le autorità sostengono che la situazione sia ormai “sotto controllo” e accusano gruppi armati e forze straniere di aver infiltrato le manifestazioni per destabilizzare il Paese. Secondo la versione ufficiale, una parte della violenza sarebbe stata provocata da “terroristi” che avrebbero sparato sia contro la polizia sia contro i manifestanti.

Le cifre della repressione

I dati diffusi dalle ong internazionali raccontano però una realtà molto diversa. L’organizzazione Iran Human Rights parla di almeno 648 morti dall’inizio delle proteste, tra cui diversi minorenni, mentre Human Rights Activists News Agency stima oltre 10.600 arresti. Numeri difficili da verificare con precisione a causa del blackout informativo imposto dalle autorità, ma che delineano uno scenario drammatico.

In diverse città, tra cui Teheran, Mashhad e Isfahan, le forze di sicurezza avrebbero usato proiettili veri. Video circolati sui canali indipendenti mostrano obitori pieni di corpi e ospedali sotto pressione.

Le piazze e la sfida al regime

Le proteste hanno raggiunto anche luoghi simbolici del potere religioso, come le moschee, segnando una frattura profonda tra una parte della popolazione e l’establishment. In alcune zone del Paese sono state abbattute statue di figure legate ai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, e presi di mira edifici governativi.

L’erede al trono Reza Pahlavi, in esilio, ha chiesto apertamente a Trump di intervenire per sostenere i rivoltosi e favorire il rovesciamento del regime. Secondo lui, la Repubblica islamica sarebbe oggi più debole che mai.

Diplomazia in movimento e rischio di escalation

Sul piano internazionale, la crisi iraniana preoccupa le principali capitali. Teheran ha convocato gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per protestare contro il sostegno europeo alle manifestazioni. Mosca e Pechino invitano alla stabilità, mentre da Londra, Parigi e Berlino arrivano condanne per la repressione violenta.

Nel frattempo, Israele ha allertato i propri ospedali e le strutture di emergenza, preparandosi a un possibile scenario di crisi regionale.

Una crisi che può cambiare gli equilibri del Medio Oriente

L’Iran si trova ora di fronte a un bivio storico. Da una parte un movimento di protesta sempre più esteso e determinato, dall’altra un apparato di potere che non sembra intenzionato a cedere. Sullo sfondo, la pressione degli Stati Uniti e il rischio concreto di un confronto militare.

Le prossime settimane saranno decisive per capire se la rivolta riuscirà a incrinare davvero il sistema costruito in oltre quarant’anni di Repubblica islamica o se la repressione riuscirà, ancora una volta, a soffocare le piazze nel sangue.

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