di Corinna Pindaro

L’Iran è isolato da un blackout totale mentre migliaia scendono in piazza contro il regime. Internet e telefoni bloccati, repressione armata e scontro con Trump

iranDalla notte di giovedì l’Iran è precipitato in un isolamento senza precedenti. Le autorità hanno oscurato completamente la rete internet, interrotto le linee telefoniche e disturbato i segnali satellitari con operazioni di jamming. Anche i collegamenti aerei risultano di fatto paralizzati: diversi voli diretti nel Paese sono stati cancellati senza comunicazioni ufficiali sulla chiusura dello spazio aereo. Almeno due collegamenti da Istanbul sono stati annullati, lasciando bloccati in Turchia centinaia di iraniani diretti a casa.

Nel silenzio imposto al Paese, l’unica voce che continua a farsi sentire è quella del potere.

Khamenei parla alla nazione e sfida Trump

Mentre le proteste vengono completamente oscurate dai media ufficiali, la televisione di Stato ha trasmesso il discorso della Guida suprema Ali Khamenei, che ha accusato apertamente i manifestanti di essere manovrati da potenze straniere. Nel suo intervento ha ribadito che la Repubblica islamica non farà alcuna concessione e che il regime, nato dal sacrificio di centinaia di migliaia di persone, non si piegherà davanti a quella che definisce una rivolta orchestrata.

Khamenei ha poi attaccato direttamente il presidente americano Donald Trump, che nelle scorse ore aveva minacciato un intervento in caso di uccisione dei manifestanti. Secondo la Guida suprema, gli Stati Uniti sono responsabili del sangue versato in Iran negli ultimi decenni e Trump rappresenterebbe l’ennesimo “tiranno destinato a cadere”.

Preparativi per una repressione ancora più dura

Il leader iraniano non lascia spazio a ripensamenti. Forte della lezione del 1978, quando lo shah tentò la strada delle concessioni e fu travolto dalla rivolta popolare, Khamenei sceglie la linea della forza. Promette di fermare quelli che definisce “vandali” e invita i suoi sostenitori a scendere in strada contro i manifestanti.

Sui canali Telegram legati ai Guardiani della Rivoluzione circolano istruzioni operative per reprimere le proteste. Le regioni centrali del Paese, in particolare Teheran e Alborz, dovrebbero essere presidiate da reparti speciali e unità armate. Le manifestazioni, secondo questi ambienti, servirebbero anche a individuare e arrestare i leader del movimento.

La rivolta partita dal crollo del rial

Le proteste sono esplose il 28 dicembre dopo l’ennesimo tracollo della valuta iraniana, ma hanno assunto una dimensione nazionale dopo l’appello a scendere in piazza lanciato da Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo shah deposto nel 1978. In poche ore le manifestazioni si sono estese alle grandi città.

Nella provincia di Fars è stata abbattuta la statua del generale Qassem Suleimani, ex capo della forza Quds e simbolo della strategia militare iraniana in Medio Oriente. A Teheran migliaia di persone si sono radunate sul viale Ayatollah Kashani, mentre a Mashhad, città natale di Khamenei, la folla ha occupato la grande piazza dedicata a Khomeini. A Isfahan, secondo diverse testimonianze, un edificio della televisione di Stato sarebbe stato incendiato.

Morti, arresti e proiettili veri

La risposta delle forze di sicurezza è stata brutale. In varie località sarebbero stati utilizzati proiettili veri contro i manifestanti. Secondo l’ong Hengaw e l’agenzia Human Rights Activists News Agency, ripresa da Ap, il bilancio provvisorio parla di almeno 62 morti e oltre 2.300 arresti. I media ufficiali iraniani riconoscono almeno 21 vittime, comprese alcune tra le forze dell’ordine.

Amnesty International denuncia che le forze di sicurezza hanno colpito non solo i manifestanti, ma anche semplici passanti.

Un’opposizione senza una guida unitaria

Reza Pahlavi ha convocato nuove manifestazioni per questa sera, ma resta difficile capire quanto consenso reale abbia all’interno del Paese. Vive in esilio da oltre quarant’anni e la sua figura rappresenta per molti un simbolo, più che una vera leadership politica.

Dopo decenni di repressione, l’Iran non dispone di un’opposizione organizzata né di una guida unitaria. Questo ha favorito l’emergere del figlio dello shah come possibile alternativa, ma secondo molti osservatori le proteste, per quanto estese, non sono ancora in grado di produrre un cambio di regime. Non si registrano infatti segnali di fratture negli apparati militari e di sicurezza.

Una crisi ancora aperta

Il blackout totale, la repressione armata e la sfida aperta agli Stati Uniti segnano una nuova fase della crisi iraniana. Le piazze restano il cuore pulsante della protesta, mentre il regime mostra di non avere alcuna intenzione di arretrare. La situazione resta fluida e potenzialmente esplosiva: per questa sera sono attese nuove grandi manifestazioni in tutto il Paese.

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