di Ennio Bassi
L’episodio, legato al sorvolo di droni non identificati, arriva in un contesto già segnato dall’arresto di Maduro e dalla nomina ad interim di Delcy Rodríguez. Intanto, Edmundo González invoca la liberazione dei prigionieri politici come condizione per la transizione democratica
Notte di paura nella capitale venezuelana, dove una sparatoria vicino al palazzo presidenziale di Miraflores ha scosso l’ormai fragile equilibrio politico del Paese. Secondo testimoni e fonti vicine alla presidenza, l’episodio è scaturito dalla presenza di droni non identificati che hanno sorvolato l’area, spingendo le forze di sicurezza ad aprire il fuoco nel tentativo di neutralizzare la minaccia.
La situazione, al momento, sarebbe stata riportata sotto controllo, ma il governo ha disposto l’evacuazione immediata dei ministeri e degli edifici istituzionali nel centro di Caracas. Diverse strade, tra cui l’importante Avenida Urdaneta, sono state presidiate dall’esercito bolivariano, che ha dispiegato anche mezzi blindati. Il network colombiano Caracol ha riferito che numerose attività commerciali sono state chiuse e interi quartieri confinanti sono stati temporaneamente isolati, lasciando residenti e lavoratori bloccati all’interno di edifici e centri commerciali.
Il tutto è avvenuto poche ore dopo il giuramento di Delcy Rodríguez come presidente ad interim, succedendo a Nicolás Maduro, arrestato di recente dagli Stati Uniti in una mossa che ha sconvolto la già precaria scena politica venezuelana. L’arresto di Maduro ha aperto scenari inediti per il futuro del Paese, alimentando speculazioni su una possibile amnistia generale per agevolare il processo di transizione.
Secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo El País, importanti figure internazionali – tra cui capi di Stato ed ex leader – starebbero esercitando pressioni affinché si affronti con urgenza la questione dei detenuti politici. La liberazione di questi ultimi viene vista da molti come condizione imprescindibile per la riconciliazione nazionale.
A farsi portavoce di questa richiesta è stato Edmundo González, candidato dell’opposizione e indicato da osservatori internazionali come vincitore delle elezioni presidenziali di luglio 2024. González ha affermato che “nessuna normalizzazione sarà possibile finché cittadini venezuelani continueranno a essere incarcerati per motivi politici”.
Secondo le organizzazioni umanitarie, il Venezuela conta oggi quasi 1.000 prigionieri politici, molti dei quali vittime di processi sommari o detenzioni arbitrarie. Tra i casi più noti figurano l’analista Rocío San Miguel, arrestata nel febbraio 2024, e gli attivisti Javier Tarazona, Carlos Julio Rojas, Eduardo Torres e Kennedy Tejeda. Dietro le sbarre anche esponenti del partito guidato da María Corina Machado, inclusi i suoi stretti collaboratori Freddy Superlano e Juan Pablo Guanipa.
Tra i detenuti si trova anche l’italiano Alberto Trentini, cooperante dell’ONG Humanity & Inclusion, arrestato nel novembre 2024 mentre svolgeva attività umanitarie nel Paese. L’organizzazione Justice, Encounter and Forgiveness ha ribadito che solo il rilascio completo dei prigionieri politici – civili e militari – potrà segnare l’inizio di un vero percorso verso la democratizzazione.
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