di Velia Iacovino

Washington agisce prima e racconta dopo, ignorando il diritto internazionale e ridefinendo le regole del potere globale.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, un’operazione militare senza precedenti ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, segnando una svolta storica e potenzialmente destabilizzante per gli equilibri politici e strategici dell’America Latina. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington “governerà il Venezuela” fino a una transizione sicura, rivendicando il controllo delle vaste risorse energetiche del paese e aprendo la strada a scenari di presenza militare prolungata. Per comprendere quello che è avvenuto e le sue implicazioni future abbiamo intervistato Massimo De Giuseppe, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università IULM ed esperto di America Latina.
L’azione condotta dalle unità d’élite statunitensi, tra cui la Delta Force e il 160º Reggimento Aviazione, i cosiddetti ‘Night Stalkers’, non ha incontrato una particolare resistenza da parte di Caracas Si può parlare di una regia orchestrata con alti ranghi politici o militari?
E’ probabile che si sia trattato di un’operazione concordata. Le forze armate venezuelane non hanno praticamente reagito. Inoltre, nessuno era a protezione del presidente e della moglie, che sono stati prelevati nella loro camera da letto, dopo un blackout provocato come in un film di Batman. Il punto è che il regime di Maduro è entrato da tempo in un vero e proprio cul de sac. Lo spirito bolivarista, che aveva una forte carica simbolica e popolare, si è progressivamente svuotato. Al suo posto è prevalsa una dimensione autoritaria, accompagnata da una polarizzazione interna estrema. Il potere si è irrigidito, il consenso si è trasformato in controllo, e ogni spazio di mediazione è stato eroso.
Che pensa del Nobel per la Pace e leader della dissidenza venezuelana Maria Corina Machado?
I premi Nobel, lo sappiamo, spesso sono il risultato di complesse operazioni lobbistiche fatte a tavolino. Nel caso di Machado, alcune sue dichiarazioni apertamente conflittuali e guerrafondaie stridono con l’idea stessa di “pace”. È il segno di quanto il contesto venezuelano sia complesso. Il paese ha vissuto un processo di trasformazione virulento e traumatico, sprofondando in una crisi acuta. Il ceto medio è andato praticamente scomparendo, schiacciato tra una ristretta élite e una massa impoverita. E ne è derivata una contrapposizione brutale tra ricchi e poveri, sullo sfondo di un caos istituzionale che ha aggravato lo scenario.
Uno degli effetti più evidenti è stata la migrazione di massa.
Sì, ed è importante coglierne le fasi. All’inizio è a lasciare il paese è stato il ceto medio alto, diretto soprattutto verso la Colombia, il Perù, il Brasile. Successivamente è toccato alle frange più povere della popolazione che hanno intrapreso una rotta molto più rischiosa, quella verso gli Stati Uniti. È una diaspora che racconta il collasso sociale del Venezuela, il cui governo ha sabotato ogni tentativo di mediazione intrapreso, soprattutto dalla diplomazia vaticana, per arginarlo, quando si sarebbe potuto fare.
Torniamo agli Stati Uniti. Cosa c’è dietro l’aggressione di Washington?
Le questioni sono almeno tre. Le questioni in gioco sono almeno tre. La prima riguarda il petrolio: il Venezuela possiede le riserve più vaste al mondo, sebbene di qualità non eccelsa, insieme a gas naturale e altri minerali. Su Maduro grava l’accusa di aver contribuito al collasso dell’economia nazionale e all’erosione della fiducia internazionale tramite una gestione opaca e l’appropriazione indebita delle risorse del paese. La seconda questione è il narcotraffico. Gli Stati Uniti stanno affrontando un’emergenza senza precedenti legata al fentanyl, con 90-100 mila morti l’anno. È chiaro che, oltre ai cartelli latinoamericani, operano anche reti interne al paese, rendendo il fenomeno profondamente transnazionale e difficile da contrastare. Tuttavia, Donald Trump ha scelto di semplificare questa grave criticità, trasformandola in un’opportunità di consenso: presentandosi come l’eroe, il “buono” che affronta la minaccia che viene da fuori, affronta a muso duro il “cattivo” che la incarna. Una strategia già collaudata in passato, che riecheggia l’invasione di Panama del 1989, quando il presidente George H. W. Bush Senior depose Manuel Noriega con la giustificazione ufficiale di combattere il traffico di droga e proteggere i cittadini statunitensi. La terza questione riguarda la politica estera, forse la più ampia e inquietante. Si parla di un ritorno degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe, che giustificava l’ingerenza Usa nelle Americhe come strumento di difesa dei propri interessi. Io penso che di fatto Washington non abbia mai smesso di vestire i panni di “poliziotto del mondo”. Un ruolo che ha esercitato nelle operazioni in Afghanistan, Iraq, Libia..
Operazioni che avevano luogo in sintonia con la comunità internazionale. Oggi quel meccanismo sembra logorato: le decisioni si prendono unilateralmente, con meno riguardo per il diritto internazionale Assisteremo a una escalation di interventi simili a quello condotto in Venezuela?
Più che di escalation, parlerei di una vera e propria normalizzazione del bullismo internazionale, alimentata anche da un nuovo modello narrativo. Fino a poco tempo fa, prima di agire si parlamentava, si giustificava, si cercavano e magari si inventavano prove, si negoziava. Oggi invece si agisce prima e si costruisce lo storytelling dopo. Il Novecento, pur tra drammi indicibili, aveva costruito fondamenta solide: diritto internazionale, diritti umani, tutele del lavoro. Oggi, invece, rischiamo di scivolare verso un mondo che ricorda l’epoca pre-Primissima guerra mondiale, quella degli imperi coloniali, dove le regole erano piegate agli interessi delle grandi potenze. E tutto ciò nell’indifferenza di un’opinione pubblica quasi inesistente, per ignoranza, disinformazione o stanchezza, e mentre le Nazioni Unite vedono il loro ruolo svuotarsi sempre più fino a diventare irrilevante.
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L’articolo Il caso Venezuela e il “bullismo” di Trump. Intervista allo storico Massimo De Giuseppe proviene da Associated Medias.

