di Redazione

Il negoziato resta dunque aperto. All’inizio di gennaio potrebbe tenersi a Washington un nuovo vertice anche con i leader europei, mentre continueranno i contatti con Mosca. Il presidente americano conta di ottenere una risposta definitiva da Putin entro poche settimane

L’intesa c’è, ma non ancora l’accordo. Al termine del faccia a faccia in Florida, Donald Trump e Volodymyr Zelensky parlano di una convergenza “al 90-95%”. Quel che manca, però, riguarda il cuore del conflitto: il futuro del Donbass e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. È su questi punti che si gioca il negoziato e che prende forma una complessa partita a tre, con Vladimir Putin e Zelensky impegnati in un vero e proprio tiro alla fune per portare dalla propria parte il presidente degli Stati Uniti.L’incontro di Mar-a-Lago ha mostrato un Trump insolitamente conciliante con il leader ucraino, arrivando a definirlo «un uomo coraggioso». Ma poche ore prima, il presidente americano aveva parlato a lungo – oltre due ore – con Vladimir Putin. Il Cremlino ha subito fatto trapelare ottimismo, sostenendo che Washington e Mosca sarebbero vicine a una visione comune sul passaggio decisivo della trattativa.

Secondo la linea russa, se Zelensky vuole davvero la pace deve prendere una decisione rapida sul Donbass, ordinando il ritiro delle truppe ucraine anche dalle aree ancora sotto il controllo di Kiev. Trump, tuttavia, ha smorzato i toni: accanto a Zelensky ha escluso l’esistenza di scadenze, ribadendo che il negoziato è «molto complesso» e che gli ultimatum non aiutano.Per il presidente ucraino si tratta già di un risultato: evitare pressioni immediate e guadagnare spazio politico. Ma il rischio di restare intrappolato in una cornice dettata da Mosca, con la sponda americana, non è scomparso. Trump continua infatti a sostenere di aver avuto «una buona conversazione» con Putin e di intravedere un possibile percorso di compromesso.

L’ipotesi più accreditata negli ambienti diplomatici europei è questa: Mosca otterrebbe il controllo dell’intero Donbass; in cambio, accetterebbe robuste garanzie di sicurezza per l’Ucraina, fornite dagli Stati Uniti e, in misura rilevante, dagli alleati europei. È qui che Zelensky frena. Un arretramento territoriale potrebbe essere preso in considerazione solo a fronte di un sistema di deterrenza realmente credibile.Per questo la delegazione americana ha concentrato le discussioni sulle modalità di protezione della sovranità ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco. Ed è su questo terreno che entra in gioco l’Europa. Non a caso Trump ha elogiato gli alleati del Vecchio Continente, riconoscendo che «hanno fatto un lavoro eccezionale» nel delineare possibili assetti di sicurezza.

Le opzioni in esame sono due, e potrebbero anche combinarsi. Francia e Regno Unito spingono per una forza di interposizione da schierare nelle retrovie ucraine. Un’altra proposta, avanzata dall’Italia, prevede l’estensione all’Ucraina delle garanzie dell’articolo 5 del Trattato Nato. Trump, però, immagina un ruolo statunitense più defilato e ha escluso l’invio di truppe americane: la responsabilità militare ricadrebbe soprattutto sugli europei. Per Zelensky non basta. Anche a Mar-a-Lago ha sollecitato un coinvolgimento più diretto degli Stati Uniti, evocando i benefici economici per le aziende americane nella ricostruzione dell’Ucraina e nello sfruttamento delle risorse minerarie. Trump non ha chiuso la porta, accennando ai «possibili guadagni» per tutti.

Il negoziato resta dunque aperto. All’inizio di gennaio potrebbe tenersi a Washington un nuovo vertice con Zelensky, Trump e i leader europei, mentre continueranno i contatti con Mosca. Il presidente americano conta di ottenere una risposta definitiva da Putin entro poche settimane. Fino ad allora, il tiro alla fune continuerà.

 

 

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