di Carlo Longo
Il fondatore del Center for Countering Digital Hate ricorre contro l’amministrazione Trump dopo essere stato inserito nella lista di esclusione dagli Stati Uniti. Al centro dello scontro, la regolamentazione delle piattaforme digitali
Imran Ahmed, cittadino britannico e fondatore del Center for Countering Digital Hate (Ccdh), ha avviato un’azione legale contro l’amministrazione Trump dopo
essere stato inserito in una lista di personalità europee considerate non gradite negli Stati Uniti. Il ricorso è stato depositato presso un tribunale federale di New York e riguarda il rischio di un presunto arresto incostituzionale, una possibile detenzione punitiva e un’eventuale espulsione dal Paese.
Un giudice ha temporaneamente sospeso il provvedimento, mentre la prima udienza è stata fissata per lunedì. Tra le figure coinvolte nella stessa lista compare anche l’ex commissario europeo Thierry Breton.
Le accuse e il ruolo del Center for Countering Digital Hate
Il Center for Countering Digital Hate è un’organizzazione che monitora e analizza le politiche di moderazione delle principali piattaforme digitali. Negli ultimi anni, il centro ha pubblicato numerosi rapporti critici nei confronti dei social network, in particolare della piattaforma X di Elon Musk, accusata di non contrastare in modo efficace la disinformazione.
Secondo le autorità statunitensi, il Ccdh avrebbe chiesto la rimozione di account appartenenti a dodici cittadini americani contrari ai vaccini, tra cui anche l’attuale segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. Washington ha definito queste iniziative come una forma di “censura extraterritoriale” ritenuta dannosa per gli interessi nazionali degli Stati Uniti.
Le motivazioni del ricorso e la posizione di Ahmed
Ahmed, 47 anni, è vicino al Partito Laburista britannico e risiede legalmente negli Stati Uniti dal 2021 grazie a una Green Card. Nel suo ricorso sostiene che le misure adottate nei suoi confronti rappresentino una grave violazione dei diritti costituzionali e un precedente pericoloso per la libertà di espressione e di ricerca.
In una dichiarazione pubblica, il fondatore del Ccdh ha affermato di non avere alcuna intenzione di lasciarsi intimidire: ha ribadito che continuerà il proprio lavoro di analisi e contrasto alla disinformazione online, definendolo “l’impegno di una vita”.
Un caso che riaccende il dibattito sulla libertà digitale
La vicenda apre un nuovo fronte nel dibattito internazionale sulla regolamentazione delle piattaforme digitali e sui limiti dell’intervento statale in materia di libertà di espressione. Il confronto tra Washington e alcune figure chiave del panorama europeo rischia di avere ripercussioni diplomatiche e politiche, soprattutto in un momento in cui il ruolo dei social network è sempre più centrale nel dibattito pubblico globale.
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