di Carlo Longo

La decisione completa la rioccupazione di quattro aree abbandonate nel 2005 e si inserisce in una strategia che, secondo osservatori e Nazioni Unite, mette sempre più a rischio la nascita di uno Stato palestinese

Il governo israeliano ha approvato domenica la creazione di 19 nuove colonie in Cisgiordania, territorio palestinese occupato da Israele e considerato illegalmente colonizzato secondo il diritto internazionale. La decisione arriva a poche settimane da un’altra autorizzazione di ampia portata: a fine maggio erano state infatti approvate 22 nuove colonie, la più grande espansione degli insediamenti israeliani degli ultimi decenni.

Con il nuovo piano, l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu punta a completare la rioccupazione di quattro località della Cisgiordania da cui Israele si era ritirato nel 2005, nello stesso anno in cui aveva smantellato le colonie nella Striscia di Gaza. Due di queste aree, Homesh e Sa‑Nur, erano già state incluse nel provvedimento di maggio; ora si aggiungono anche Ganim e Kadim, chiudendo il cerchio della rioccupazione.

Dei 19 insediamenti approvati, 11 saranno colonie completamente nuove, mentre 8 deriveranno dalla regolarizzazione di “avamposti”, ovvero insediamenti creati inizialmente senza autorizzazione formale, ma spesso tollerati dalle autorità israeliane. In questi luoghi, gruppi di coloni occupano terreni e costruiscono abitazioni in attesa di un riconoscimento ufficiale che, negli ultimi anni, è arrivato con crescente frequenza.

Durante la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania ha subito una forte accelerazione. Secondo i dati, il governo ha approvato complessivamente 69 nuove colonie, incluse le più recenti. L’organizzazione israeliana Peace Now ha inoltre documentato la costruzione di oltre 142 nuovi avamposti tra il 2024 e il 2025, un numero superiore a quello registrato nei vent’anni precedenti messi insieme.

Molti di questi avamposti sorgono in prossimità di villaggi palestinesi già esistenti, con l’obiettivo di circondarli e isolarli. Un’inchiesta del New York Times ha recentemente descritto questa strategia nella zona di al Mughayyir. Le Nazioni Unite hanno confermato che l’attività di colonizzazione israeliana in Cisgiordania ha raggiunto livelli record.

L’annuncio dell’ultima espansione è stato fatto dal ministro della Difesa Israel Katz e dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, esponenti di primo piano del governo di estrema destra. Nel comunicato ufficiale, l’esecutivo ha sottolineato la “rilevanza altamente strategica” delle nuove colonie.

Da tempo, l’ala religiosa e nazionalista alleata di Netanyahu considera le colonie uno strumento centrale per consolidare il controllo israeliano sull’intera Cisgiordania e rendere impraticabile la soluzione dei due Stati. È la logica che guida anche il controverso piano E1, approvato a fine agosto, che di fatto dividerebbe in due la Cisgiordania. Smotrich lo aveva descritto apertamente come un modo per «cancellare dalla mappa» un futuro Stato palestinese.

Parallelamente all’espansione territoriale, è cresciuta anche la violenza dei coloni contro la popolazione palestinese. Forti del sostegno politico del governo e della protezione dell’esercito, gli attacchi sono diventati più frequenti e aggressivi. Durante l’ultima stagione della raccolta delle olive, in autunno, sono stati registrati oltre otto attacchi al giorno, il dato più alto da quando esistono rilevazioni sistematiche.

Il controllo israeliano sulla Cisgiordania non si limita però al piano territoriale. Da maggio, Israele trattiene quasi mezzo miliardo di euro di entrate fiscali riscosse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che amministra alcune aree del territorio. Si tratta di tasse sui prodotti palestinesi e sui salari dei lavoratori palestinesi in Israele. Il blocco dei trasferimenti, secondo diverse analisi, ha l’obiettivo di mettere in difficoltà finanziaria l’ANP, compromettendo il pagamento degli stipendi e l’erogazione dei servizi pubblici essenziali.

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