di Corinna Pindaro
Andrea Crisanti denuncia i concorsi universitari ad personam e il caso Verona riaccende il dibattito su meritocrazia, trasparenza e reclutamento accademico in Italia
Il metodo di selezione dei docenti universitari in Italia continua a essere al centro delle polemiche. A rilanciare il tema è Andrea Crisanti, microbiologo di fama internazionale, docente all’Università di Padova e all’Imperial College di Londra, oggi senatore del Partito Democratico. In un intervento ripreso sui social, Crisanti definisce il sistema di reclutamento «radicalmente sbagliato», sostenendo che molti concorsi siano costruiti per favorire candidati già individuati in partenza.
Secondo il senatore, il problema non riguarda singoli episodi isolati, ma un meccanismo strutturale che si ripete nel tempo e che continua a minare la credibilità dell’università italiana.
“Bandi ad personam”: un fenomeno che si ripete
Interpellato sulla vicenda che ha riacceso il dibattito pubblico, Crisanti chiarisce di non entrare nel merito del singolo caso, ma sottolinea come situazioni simili siano ormai frequenti. A suo giudizio, nemmeno le recenti riforme sono in grado di incidere realmente su pratiche consolidate. Racconta anche la propria esperienza personale: in Italia è diventato professore ordinario a 47 anni, dopo numerosi tentativi andati a vuoto. Un percorso che, secondo lui, riflette una consapevolezza diffusa negli atenei, dove i bandi “su misura” non sorprendono più nessuno.
Il nodo delle pubblicazioni scientifiche
Un altro aspetto critico evidenziato da Crisanti riguarda la valutazione della produzione scientifica. Il microbiologo denuncia il fenomeno delle pubblicazioni gonfiate, frutto di firme aggiunte senza un reale contributo alla ricerca. Racconta di aver rifiutato più volte richieste di specializzandi che volevano comparire come coautori senza aver lavorato ai progetti. Un sistema che, a suo avviso, alimenta carriere artificiali e danneggia l’immagine dell’accademia, spingendo molti giovani ricercatori a lasciare l’Italia senza più fare ritorno.
Il caso dell’Università di Verona
A riportare la questione sotto i riflettori è stato il concorso per una cattedra di professore ordinario di otorinolaringoiatria all’Università di Verona. La selezione ha visto la partecipazione di un solo candidato, Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore Pier Francesco Nocini. La procedura ha sollevato dubbi e segnalazioni da parte di associazioni di ricercatori e specializzandi, che hanno coinvolto anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione.
Secondo le ricostruzioni, il bando avrebbe subito modifiche in corso d’opera che hanno consentito la partecipazione del candidato, aggirando i limiti previsti dalla riforma Gelmini sui rapporti di parentela. Elementi che hanno alimentato il sospetto di una selezione costruita ad hoc.
Meritocrazia e mobilità accademica negate
Per Crisanti, casi come questo mostrano un problema più ampio: l’assenza di reale mobilità accademica. Il senatore contesta un modello in cui lo stesso docente studia, si specializza e costruisce l’intera carriera all’interno del medesimo ateneo. Una dinamica che, all’estero, è rara, mentre in Italia rappresenta spesso la norma. Secondo lui, senza bandi realmente aperti e competitivi, non esistono strumenti efficaci per uscire da questo schema.
Un sistema da ripensare
La critica di Crisanti non si limita alla singola vicenda, ma chiama in causa l’intero impianto del reclutamento universitario italiano. Senza trasparenza, valutazioni rigorose e concorsi realmente accessibili, conclude il senatore, l’università rischia di perdere definitivamente credibilità e di continuare a espellere talento verso l’estero, impoverendo il futuro della ricerca nel Paese.
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