di Martina Esposito

La maison è al centro di un’indagine sul traffico illecito di reperti archeologici. Intanto emergono dettagli curiosi sulla lista dei regali di Meloni e sulla controversa decisione di metterli all’asta, i cui proventi andrebbero in beneficenza

L’asta dei regali istituzionali ricevuti da Giorgia Meloni si è fermata prima ancora di partire. Palazzo Chigi ha deciso di sospendere il contratto con la casa d’aste Bertolami Fine Art, incaricata della vendita, in seguito a un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha acceso i riflettori su una vicenda giudiziaria delicata.

Secondo quanto emerso, il fondatore e titolare della casa d’aste, Giuseppe Bertolami, è stato colpito da una misura interdittiva nell’ambito di un’indagine della Procura di Catania su un presunto sistema di traffico illecito di reperti archeologici. L’inchiesta — durata anni — ipotizza un ruolo attivo di alcune case d’asta, accusate di aver favorito l’introduzione nel mercato legale di beni trafugati.

L’affidamento alla Bertolami Fine Art era stato formalizzato il 24 ottobre, ma la misura giudiziaria è arrivata solo a inizio dicembre, dopo l’aggiudicazione. Palazzo Chigi ha motivato la sospensione spiegando che al momento della scelta l’indagine era coperta da segreto istruttorio, quindi non era noto alcun elemento che impedisse formalmente l’assegnazione. Tuttavia, la vicenda solleva interrogativi sulla diligenza politica e sull’opportunità della scelta.

Un precedente controverso: il volantino delle BR all’asta

Non è la prima volta che Bertolami Fine Art finisce al centro di polemiche. Nel 2022, la casa d’aste attirò critiche trasversali per aver messo in vendita — e poi battuto all’asta per oltre 30mila euro — il volantino con cui le Brigate Rosse rivendicarono il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta. Il caso provocò un’ondata di indignazione politica e sociale, portando anche a interrogazioni parlamentari e a una verifica da parte del Ministero della Cultura sull’origine del documento.

All’epoca anche Giorgia Meloni, allora all’opposizione, definì quella vendita “una vergogna”, sottolineando la mancanza di rispetto verso le vittime del terrorismo.

La vendita dei doni di Meloni: tra praticità e rischio gaffe diplomatica

La decisione di vendere all’asta 273 regali istituzionali ricevuti dalla premier ha destato non poche perplessità. L’operazione, affidata a Bertolami Fine Art con un compenso del 5% sul valore complessivo (fino a un massimo di 40.000 euro), punta a liberare spazi a Palazzo Chigi e generare risorse da reinvestire. Il valore stimato dei beni si aggira intorno a 800.000 euro.

I beni dovevano essere messi in vendita tra gennaio e giugno 2026, presso la sede della casa d’aste in Palazzo Caetani Lovatelli, a Roma. Tuttavia, la proprietà della Bertolami Fine Art — controllata dalla Testudo Holding Srl, a sua volta partecipata al 99% dalla Jeliel S.A., una società anonima con sede nella Repubblica Ceca — ha sollevato ulteriori dubbi sul profilo dell’azienda selezionata per un’operazione così simbolicamente sensibile.

I regali: oggetti di lusso, folclore e politica

I doni messi all’asta sarebbero stati selezionati tra quelli di valore superiore ai 300 euro, ricevuti da Meloni in occasione di visite ufficiali all’estero. Nella lista, rivelata da Palazzo Chigi in risposta a un’interrogazione parlamentare del senatore Francesco Bonifazi, compaiono oggetti di ogni tipo: scarpe di pitone blu con tacco dorato regalate in Arabia Saudita, una statuetta con motosega che raffigura Javier Milei, donata dal presidente argentino, un busto d’argento di Gandhi e una statuetta d’oro regalate dal premier indiano Narendra Modi, un foulard consegnato in ginocchio dal premier albanese Edi Rama, un servizio da tè in porcellana donato da Viktor Orbán, una ciotola in ceramica ricevuta da Joe Biden.

A questi si aggiungono gioielli, quadri, vestiti tradizionali, cofanetti, trucchi giapponesi, cinture preziose, persino un iPad. La varietà degli oggetti riflette tanto il ruolo della premier nelle relazioni internazionali quanto le differenze culturali tra i Paesi visitati.

Una decisione pragmatica ma delicata

La scelta di vendere questi beni, motivata ufficialmente con la necessità di razionalizzare gli spazi e ridurre i costi di conservazione, rischia però di generare imbarazzi diplomatici. In molti Paesi, i doni istituzionali non sono semplici oggetti, ma segni di rispetto e relazioni bilaterali. La loro vendita, seppure legittima secondo la normativa italiana, potrebbe essere letta all’estero come una mancanza di riguardo.

La vicenda si è così trasformata in un caso politico e d’immagine, in cui si intrecciano legalità, opportunità, trasparenza e senso delle istituzioni. Resta ora da capire se l’operazione verrà ripensata, se sarà affidata a un’altra casa d’aste o se, dopo l’imbarazzo suscitato, verrà definitivamente archiviata.

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