di Ennio Bassi

Approvata dal Consiglio Affari Interni dell’UE una riforma che introduce obblighi per i migranti irregolari, procedure accelerate e la possibilità di trasferirli in Paesi terzi definiti “sicuri”

L’Unione Europea ha compiuto un nuovo passo verso una gestione più severa dei flussi migratori. Il Consiglio Affari Interni ha approvato un accordo politico che introduce misure inedite: dai centri di rimpatrio extra-UE alla ridefinizione del concetto di “Paese terzo sicuro”. Il tutto, in un contesto in cui gli arrivi irregolari sono in calo, ma le pressioni politiche restano alte.

Tra le novità principali figura l’introduzione di obblighi specifici per i cittadini extra-UE in situazione irregolare, tra cui la consegna dei documenti, la permanenza a disposizione delle autorità, il rilascio dei dati biometrici e l’obbligo di collaborare attivamente con le procedure di rimpatrio. Chi non si conforma potrà incorrere in sanzioni, incluse misure penali.

Viene inoltre autorizzata la creazione di “return hub” in Paesi terzi, come nel contestato accordo tra Italia e Albania, già oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia Europea. Tali centri potranno accogliere migranti in attesa di rimpatrio finale, ma solo in presenza di garanzie sul rispetto dei diritti umani e sul principio di non respingimento.

A cambiare è anche il trattamento delle richieste d’asilo: sarà possibile dichiararle inammissibili se il richiedente ha transitato o avrebbe potuto chiedere protezione in un Paese terzo ritenuto “sicuro”. Tra i Paesi indicati come tali figurano Marocco, India, Tunisia, ma anche i candidati all’adesione come Serbia, Albania e Turchia, salvo eccezioni.

Sul piano della solidarietà, il sistema prevede che ogni Stato debba accogliere una quota di richiedenti asilo o pagare 20.000 euro per ogni migrante rifiutato. Una clausola che rischia di trasformare la redistribuzione in una mera compensazione economica, come dimostrano le prime reazioni di diversi governi, intenzionati a pagare piuttosto che accogliere.

Nel frattempo, permangono forti riserve legali, in particolare sul trasferimento dei migranti in Paesi terzi. La Corte UE ha già stabilito che tali designazioni devono poter essere contestate in sede giurisdizionale, e che non è sufficiente un decreto nazionale per considerare un Paese “sicuro”. I tempi per una decisione definitiva su questi aspetti potrebbero arrivare fino a due anni.

Secondo alcuni osservatori, la riforma risponde più a logiche elettorali che a reali necessità operative. Lo ha ammesso indirettamente anche il commissario europeo Magnus Brunner, parlando dell’esigenza di “trasmettere ai cittadini la percezione che la situazione sia sotto controllo”.

Il testo, sostenuto da una maggioranza spinta da partiti conservatori e populisti, ora passa al Parlamento europeo per l’approvazione definitiva. Ma mentre il dibattito ruota attorno a rimpatri e deterrenza, restano fuori dal radar temi cruciali come i canali d’ingresso legali e la cooperazione strutturata con i Paesi d’origine.

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

L’articolo Migrazione, l’UE approva un nuovo pacchetto sui rimpatri: centri in Paesi terzi e meno tutele per i richiedenti asilo proviene da Associated Medias.