di Martina Esposito
Nel corso di un’edizione discussa della fiera romana dedicata alla piccola e media editoria abbiamo chiesto ai visitatori perché frequentassero la manifestazione in un tempo in cui tutto è potenzialmente reperibile online
Alla Nuvola dell’EUR è tornata Più libri più liberi, la Fiera della Piccola e Media Editoria che ogni anno raduna a Roma centinaia di editori, autori e lettori attorno a un’idea di libro come strumento di pensiero, confronto e comunità. Un’edizione, quella del 2025, densa di appuntamenti, presenze internazionali e una partecipazione vivace di studenti e appassionati, ma anche attraversata da un dibattito che ha suscitato momenti di tensione interna. Diverse infatti le personalità che hanno fatto un passo indietro – da Zerocalcare a Corrado Augias – di fronte alla presenza in fiera della casa editrice Passaggio al Bosco, accusata di promuovere pubblicazioni vicine all’ideologia nazifascista e antisemita: ragione per cui, nella giornata del 6 dicembre, gli editori hanno scelto di oscurare i propri stand per trenta minuti.
Un’edizione, insomma, senz’altro chiacchierata, ma che apre anche ad altre domande. In un’epoca in cui ogni contenuto è a portata di clic, ci siamo immersi nei corridoi affollati della Nuvola per chiedere direttamente alle persone perché fossero lì, cosa cercassero tra quegli stand e che senso abbia, oggi, una fiera dell’editoria: se eventi del genere servano ancora, o se si tratti solo di una resistenza romantica al mondo digitale.
Il libro tra merce e appartenenza
Tra scaffali temporanei e copertine stampate a tiratura limitata, chi visita Più libri più liberi racconta una relazione con l’oggetto-libro che è ancora fortemente fisica. “L’importanza di avere il libro tra le mani supera la forma digitale”, ci dice una lettrice. “Scoprire nuovi editori ci consente di conoscere nuovi libri – aggiunge – e in questo modo sosteniamo la piccola editoria anche in un mondo in cui l’editoria è in crisi”. Un legame, insomma, che va oltre il contenuto, e ha i tratti di un’appartenenza.
C’è però anche chi osserva la manifestazione con occhio più critico, sottolineando come anche uno spazio nato per valorizzare le voci fuori dal coro rischi di riflettere le logiche da cui vorrebbe emanciparsi. “Il libro è ormai un prodotto commerciale, consumato dentro un sistema economico capitalista – dichiara una visitatrice – anche la fiera, con tutta la sua macchina, finisce per rispecchiare questo mondo: toglie peso al libro come contenuto e lo trasforma ancora una volta in merce”.
“I libri tornano vivi e parlati”
Un punto di vista critico è condiviso anche da altri, che però sottolineano il valore del contesto in cui nasce il confronto. “Il lato positivo è proprio questo: avere uno spazio in cui le persone possono incontrarsi, discutere, parlare di libri invece di restare chiuse nelle proprie stanze”, osserva infatti un’altra visitatrice. “È bello che esista un luogo dove i libri tornano vivi e parlati”.
Per altri, il senso della fiera è ancora molto concreto: “Eventi come questo permettono di scoprire cosa c’è fuori dalle grandi case editrici, trovare piccole chicche, lasciarsi incuriosire. Magari arrivi con un’idea e te ne vai con tutt’altro. Vengo quasi ogni anno, la trovo un’iniziativa utile”. In mezzo a opinioni diverse, Più libri più liberi continua allora a essere un punto di incontro. Un luogo dove il libro resta un mezzo e un pretesto per stare nel mondo.
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