di Carlo Longo
La Corte dei Conti ha respinto la delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto evidenziando violazioni delle direttive ambientali UE, criticità nelle procedure di appalto e carenze nel piano finanziario. Il governo promette chiarimenti, mentre l’opposizione chiede lo stop del progetto
La decisione della Corte dei Conti di fermare la delibera Cipess da 13,5 miliardi di euro destinata al Ponte sullo Stretto rappresenta un passaggio decisivo per l’intero progetto. Le 33 pagine di motivazioni evidenziano una serie di criticità che spaziano dal mancato rispetto delle direttive ambientali europee alla mancanza di certezze sui costi e sul modello di finanziamento. A ciò si aggiunge l’assenza di un adeguato coinvolgimento di enti tecnici e regolatori che, secondo i magistrati contabili, avrebbero dovuto esprimersi prima di procedere con gli atti autorizzativi.
La bocciatura arriva dopo settimane di tensione politica, durante le quali il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avevano interpretato lo stop come un atto di natura politica. Le motivazioni ora rese pubbliche delineano invece un quadro articolato di irregolarità procedurali e di carenze istruttorie.
Il nodo ambientale: la direttiva Habitat e l’uso improprio della procedura Iropi
Uno dei punti centrali delle contestazioni riguarda la violazione della direttiva europea Habitat del 1992, che tutela gli ecosistemi e la fauna delle aree naturali. Il governo aveva scelto di superare i vincoli ambientali applicando la procedura Iropi, che consente deroghe solo in presenza di motivi di rilevante interesse pubblico. Nel caso del Ponte, l’opera era stata addirittura qualificata come infrastruttura strategica anche in ottica militare Nato.
Secondo la Corte, questa impostazione non è supportata da un’adeguata documentazione tecnica. La relazione Iropi, priva perfino di data e firma, non dimostrerebbe l’assenza di alternative né esporrebbe in modo convincente le necessità che giustificherebbero la deroga. Anche il parere della Commissione Via-Vas del ministero dell’Ambiente risulta carente, limitandosi alla descrizione delle alternative contenuta negli studi di fattibilità.
La stessa Commissione europea avrebbe sollevato dubbi sull’impostazione italiana, chiedendo chiarimenti dettagliati sull’impatto del progetto sui siti Natura 2000 e sulla reale sussistenza dell’interesse pubblico prevalente. Per la Corte dei Conti, il governo non può sottrarsi al pieno rispetto delle norme ambientali comunitarie.
Le criticità sugli appalti: una gara di vent’anni fa rimessa in vita
Altro elemento centrale del giudizio è la scelta del governo di non bandire una nuova gara, preferendo riattivare l’appalto del 2003 che assegnò l’opera al consorzio Eurolink. Secondo la Corte dei Conti, questa decisione altera la concorrenza e risulta incompatibile con le norme europee in materia di affidamenti, che consentono modifiche contrattuali solo entro un limite massimo del 50 per cento dei costi originari.
Nel caso del Ponte, i magistrati rilevano modifiche tali da trasformare radicalmente l’assetto economico e tecnico dell’appalto. Nel progetto iniziale il finanziamento prevedeva una consistente quota privata, mentre oggi l’onere ricade quasi totalmente sullo Stato. Questo cambiamento stride con l’impianto originario e, secondo la Corte, avrebbe potuto attirare nuovi concorrenti se fosse stato previsto sin dall’inizio.
A rendere il quadro ancora più incerto sono le stime dei costi, giudicate incomplete e non definitive. Alcune voci, come lavori aggiuntivi per oltre 780 milioni di euro, risultano non contrattualizzate e difficili da quantificare, compromettendo la valutazione della sostenibilità economica del progetto.
Gli enti esclusi: mancano i pareri tecnici obbligatori
La Corte dei Conti contesta inoltre la mancata acquisizione dei pareri dell’Autorità di regolazione dei trasporti e del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il primo organismo sarebbe indispensabile per definire criteri e tariffe dei pedaggi e valutare la sostenibilità del piano economico-finanziario, mentre il secondo dovrebbe pronunciarsi sugli aspetti tecnici e ingegneristici del progetto definitivo.
Secondo i magistrati, senza questi passaggi non è possibile procedere con l’iter autorizzativo e tantomeno avviare la fase esecutiva dell’opera.
Le reazioni: governo prudente, opposizione all’attacco
Dopo la pubblicazione delle motivazioni, i toni dell’esecutivo si sono fatti più cauti. Palazzo Chigi ha annunciato un approfondimento tecnico delle criticità sollevate, ribadendo la volontà di collaborare con la Corte dei Conti e con la Commissione europea per chiarire ogni aspetto ancora in sospeso. Il ministero delle Infrastrutture ha confermato l’impegno a proseguire l’iter, sostenendo che il progetto potrà essere perfezionato superando i rilievi sollevati.
Di segno opposto la posizione dell’opposizione, che parla di una procedura illegittima e di un uso scorretto delle risorse pubbliche. Secondo Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, l’operazione rappresenta uno spreco di denaro a danno dei contribuenti e richiede le dimissioni immediate del ministro Salvini e dei vertici della società Stretto di Messina. Bonelli ha annunciato anche l’invio di un esposto alla Corte dei Conti europea.
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