di Martina Esposito

Un nuovo decreto estende il “decreto flussi” ai discendenti di italiani residenti in sette Paesi con forti legami migratori con l’Italia. La misura punta a favorire il rientro di lavoratori con radici italiane, aggirando alcune criticità del sistema attuale

Il governo italiano ha approvato lunedì un nuovo decreto che amplia in modo significativo il cosiddetto “decreto flussi”, lo strumento con cui l’esecutivo regola ogni anno l’ingresso legale di lavoratori stranieri in Italia. La novità consiste nell’ammissione alla possibilità di lavorare nel Paese per i cittadini di sette Stati extraeuropei che dimostrino di essere discendenti di cittadini italiani: si tratta di Argentina, Australia, Brasile, Canada, Stati Uniti, Uruguay e Venezuela.

La scelta di questi sette Paesi non è casuale: sono infatti quelli in cui risiede il maggior numero di italiani iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), tutti con oltre 100.000 cittadini registrati. Il provvedimento mira esplicitamente a incentivare l’“immigrazione di ritorno”, ovvero il rientro di persone con radici italiane, discendenti di emigrati, che vogliano trasferirsi in Italia per motivi di lavoro.

Questo nuovo canale di ingresso si aggiunge al decreto flussi già approvato a giugno e convertito definitivamente in legge dal Senato proprio lunedì. Il piano complessivo prevede l’arrivo di quasi 500.000 lavoratori stranieri regolari entro il 2028, in particolare nei settori con maggiore carenza di manodopera: assistenza alla persona, edilizia, agricoltura, logistica e sanità.

Il nuovo decreto permette ai discendenti di italiani residenti nei sette Paesi selezionati di trasferirsi legalmente in Italia per essere assunti come lavoratori dipendenti, al di fuori del sistema delle quote annuali. Tuttavia, resta difficile prevedere se questa apertura produrrà un rientro significativo di persone con cittadinanza straniera ma origine italiana.

Il decreto flussi, negli ultimi anni, è stato indicato dal governo come uno degli strumenti principali per gestire l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri. Ma nella pratica, è spesso servito anche per regolarizzare persone che già si trovavano nel Paese e lavoravano in modo informale. Inoltre, il sistema è da tempo criticato per il suo meccanismo di accesso: le richieste di assunzione da parte dei datori di lavoro si aprono in specifici giorni — i cosiddetti click day — in cui la rapidità informatica fa la differenza. Chi riesce a inviare la domanda per primo ha più possibilità di ottenere l’autorizzazione, una logica che molte imprese e sindacati considerano iniqua.

Per affrontare questa criticità, il governo ha annunciato di voler ampliare le categorie di lavoratori che possono essere ammessi senza sottostare alle quote e ai limiti imposti dal click day. L’iniziativa dedicata ai discendenti di italiani all’estero va in questa direzione, offrendo un percorso di accesso più diretto, almeno per chi può documentare le proprie origini.

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