di Martina Esposito
Una ricorrenza simbolica che richiama l’urgenza di contrastare una realtà che, in Italia, colpisce decine di donne ogni giorno. Il Paese rafforza le leggi, ma la sfida è ancora lunga
Oggi è il 25 novembre, il giorno in cui, ogni anno e in tutto il mondo, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’iniziativa è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999 e si ricollega al sacrificio delle sorelle Mirabal, tre attiviste politiche della Repubblica Dominicana, torturate e assassinate il 25 novembre 1960 dal regime dittatoriale di Rafael Trujillo.
Una violenza sistemica
Oggi, oltre sessant’anni dopo, la violenza contro le donne non è scomparsa: ha solo cambiato forma. Spesso invisibile, si annida nella quotidianità, dietro relazioni affettive o familiari. In Italia, secondo i dati ISTAT, ogni giorno 85 donne sono vittime di reato. Solo nel 2022 si sono contati 106 femminicidi, più della metà commessi da partner o ex.
Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno strutturale. La violenza di genere assume molteplici volti: fisica, psicologica, sessuale, economica, fino allo stalking e all’omicidio. Secondo la definizione delle Nazioni Unite, si configura ogni qualvolta un’azione o minaccia, basata sul genere, provoca danno o sofferenza alle donne.
La risposta normativa
La risposta delle istituzioni italiane si è intensificata negli ultimi anni. La Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2013, ha rappresentato un punto di svolta: è il primo strumento internazionale a riconoscere la violenza contro le donne come una forma di discriminazione e una violazione dei diritti umani.
Su questa base, il legislatore ha introdotto diverse riforme. Tra le più significative, la legge sul Codice Rosso (2019), che accelera i tempi d’intervento della magistratura nei casi di violenza domestica, imponendo che le vittime siano ascoltate dal PM entro 72 ore.
Nel 2025, proprio in occasione della ricorrenza del 25 novembre, arriva alla Camera la proposta di legge che istituisce il reato autonomo di femminicidio, distinguendolo dall’omicidio generico. Il nuovo articolo 577-bis del Codice Penale prevede l’ergastolo per chi uccide una donna per motivi di odio di genere o per annientare la sua libertà personale.
Un’altra riforma di rilievo è l’approvazione, da parte della Camera, della nuova definizione del reato di violenza sessuale, fondata sulla nozione di consenso libero e attuale. Qualsiasi rapporto sessuale privo di un chiaro e presente consenso sarà considerato reato. Una rivoluzione culturale prima ancora che giuridica, che si allinea con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul.
Le parole della premier
D’obbligo il commento delle istituzioni in questa giornata. Tra le dichiarazioni, quella della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Abbiamo rafforzato leggi, raddoppiato i fondi per i centri antiviolenza e reso strutturali strumenti di sostegno come il reddito di libertà. Ma il lavoro non è finito. Ogni giorno deve essere un passo avanti nella lotta contro la violenza di genere”.
Come chiedere aiuto: il Signal for Help
In un’epoca in cui anche chiedere aiuto può essere difficile, è stato ideato un segnale silenzioso: il Signal for Help. Creato dalla Canadian Women’s Foundation, è un gesto semplice – una mano alzata, pollice piegato nel palmo, dita che si richiudono – ma capace di comunicare un bisogno urgente di aiuto, soprattutto in contesti di abuso domestico. Un linguaggio non verbale pensato per chi non ha voce o spazio per denunciare.
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