di Mario Tosetti

Nel film “Vita privata”, Jodie Foster interpreta una psichiatra sconvolta dalla morte misteriosa di una paziente. L’attrice premio Oscar parla del ruolo, della paura del fallimento, del rapporto con il cinema europeo e dell’impegno contro la violenza sulle donne

fosterIn “Vita privata” di Rebecca Zlotowski, in uscita l’11 dicembre, Jodie Foster veste i panni di una nota psichiatra parigina la cui vita ordinata crolla quando una sua paziente muore in circostanze sospette. Convinta che non si tratti di suicidio, la protagonista intraprende un’indagine dal tono sospeso tra thriller, commedia e malinconia, affiancata dall’ex marito interpretato da Daniel Auteuil.

Foster, 63 anni, due Oscar e una carriera lunga mezzo secolo, racconta in un’intervista a La Repubblica come girare in francese abbia accentuato l’emotività del personaggio, rendendolo più vulnerabile. La difficoltà linguistica ha alimentato ansia e insicurezza, elementi che secondo l’attrice hanno arricchito la sua interpretazione.

La paura del fallimento come motore creativo

Nonostante una filmografia impressionante, Foster ammette di aver convissuto a lungo con il timore di sbagliare. Ritiene che il pubblico veda solo i successi, ma non le occasioni perse o i progetti non realizzati. Per lei, la paura del fallimento è stata spesso una spinta a migliorarsi, più che un freno.

Una sfida di genere e tono

La complessità maggiore del film, spiega l’attrice, riguarda l’equilibrio narrativo. “Vita privata” sfugge alla catalogazione: non è solo un mistery, né un thriller o una commedia romantica. In un sistema cinematografico come quello americano, dove gli studios richiedono etichette precise per motivi di mercato, questo tipo di contaminazione risulta insolita e rischiosa.

L’eredità del cinema europeo

Foster racconta il suo legame profondo con l’Europa, nato da bambina quando la madre la iscrisse a una scuola francese e la immerse nelle culture cinematografiche del continente. Ricorda con entusiasmo l’esperienza romana sul set de “Il casotto”, dove attori e tecnici parlavano lingue diverse e le riprese avvenivano senza audio diretto. Un’avventura caotica e irripetibile con grandi nomi del cinema italiano e francese.

Il rapporto con il proprio corpo e il femminismo

Ripensando a quell’epoca, confessa di aver provato forte imbarazzo nel dover recitare in costume da bagno a soli tredici anni. Alla giovane Jodie direbbe oggi che l’aspetto fisico non definisce il talento, e che il valore artistico non dipende dall’immagine.

La riflessione sulla violenza contro le donne

Il tema della violenza femminile rimane centrale nella sua carriera. Foster ricorda “Sotto accusa”, film che le valse il primo Oscar e che considera ancora importante per l’impatto culturale avuto. Anche in progetti recenti come “True Detective” affronta argomenti legati agli abusi, in particolare contro le donne indigene. Ritiene fondamentale mantenere alta l’attenzione attraverso giornate dedicate e opere cinematografiche consapevoli.

Il desiderio di tornare dietro la macchina da presa

L’attrice confessa di voler mettere in pausa la recitazione e tornare alla regia, la sua grande passione. Per lei dirigere significa utilizzare ogni dimensione creativa e personale, dall’emozione all’intelletto. Ama i film corali e le storie intrecciate, mentre come interprete predilige ruoli concentrati su un singolo personaggio.

I film cult che l’hanno resa iconica

Tra le opere che il pubblico le cita più spesso emergono “Taxi Driver” e “Il silenzio degli innocenti”, considerati pietre miliari del cinema americano. Foster li ritiene rappresentativi di due momenti storici: la nascita dell’antieroe negli anni post-Vietnam e l’affermazione dell’horror psicologico moderno.

Speranza e cambiamento culturale

Guardando a New York e al clima politico e artistico attuale, Foster percepisce una nuova energia, alimentata anche dal sindaco Zohran Mamdani. Per lei, film come “La grazia” di Paolo Sorrentino dimostrano che la sensibilità e la compassione possono ancora essere rivoluzionarie.

Nessun social e uno sguardo critico sulla contemporaneità

Foster rivendica la scelta di non avere profili social. Ritiene che i giovani siano esposti a una costante pressione identitaria e a modelli negativi, spesso privi di riferimenti etici chiari. Vede però segnali positivi nelle nuove generazioni, impegnate politicamente e attive nelle mobilitazioni per la pace, come dimostrano i suoi stessi figli.

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