di Redazione
Nonostante fosse già stata approvata dal parlamento a luglio, la norma non entrerà in vigore: 53% dei votanti contrari, 47% a favore
Domenica 23 novembre la Slovenia è tornata alle urne per decidere su un tema delicato e fortemente divisivo: la legalizzazione del suicidio assistito. Il risultato ha segnato una battuta d’arresto per la proposta di riforma già approvata dal parlamento lo scorso luglio. Il 53% dei votanti si è espresso contro l’entrata in vigore della legge, mentre il 47% ha votato a favore.
La normativa avrebbe consentito il suicidio assistito per persone adulte affette da malattie terminali o condizioni cliniche gravi, accompagnate da sofferenze insopportabili e senza possibilità di guarigione. La procedura prevedeva l’autosomministrazione, da parte del paziente, di un farmaco letale sotto supervisione medica.
Subito dopo l’approvazione parlamentare, le opposizioni hanno lanciato un’iniziativa referendaria per bloccare la norma, con il supporto esplicito della Chiesa cattolica e dei partiti conservatori. In meno di due mesi, il comitato promotore ha raccolto oltre 40mila firme — il minimo richiesto dalla legge slovena — a fronte di una popolazione complessiva di circa 2,1 milioni di abitanti. I promotori del referendum hanno contestato il provvedimento ritenendolo incostituzionale e hanno sostenuto che lo Stato dovrebbe potenziare le cure palliative, piuttosto che legalizzare il suicidio medicalmente assistito.
Con l’esito del voto, la legge viene congelata e il parlamento non potrà esprimersi nuovamente su un provvedimento simile per i prossimi 12 mesi. Una decisione che sorprende parzialmente, anche alla luce di un precedente importante: nel 2024, infatti, un altro referendum aveva dato esito opposto, con la maggioranza dei votanti che si era espressa a favore dell’introduzione del suicidio assistito, sollecitando il parlamento ad agire.
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