di Ennio Bassi

Presentato da Lula a Belém il “Tropical Forests Forever Facility”: un meccanismo finanziario per la protezione delle foreste, accolto con favore dai governi ma criticato da oltre 200 organizzazioni sociali come l’ennesima falsa soluzione

La Cop30 si è aperta nel cuore simbolico e vivente dell’Amazzonia, ma nei padiglioni della Conferenza delle parti sul clima l’atmosfera richiama ancora una volta le logiche di sempre: quelle del mercato, della finanza, degli strumenti compensativi. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha presentato con enfasi il nuovo Tropical Forests Forever Facility (TFFF), un fondo destinato alla conservazione delle foreste tropicali, con l’obiettivo di mobilitare almeno 125 milioni di dollari in investimenti pubblici e privati.

Secondo Lula, è un passo concreto per onorare la Cop organizzata per la prima volta alle porte dell’Amazzonia. Ma per numerosi attivisti, tra cui Laura Greco, antropologa e presidente dell’associazione A Sud, si tratta dell’ennesimo strumento finanziario mascherato da innovazione, privo di impatto reale nella lotta al cambiamento climatico e addirittura dannoso per le comunità indigene.

Il TFFF non è un’idea nuova: circola dal 2018 nelle discussioni del G20, dove ha assunto più i contorni di un dispositivo commerciale che non quelli di uno strumento climatico. Secondo il meccanismo presentato, i fondi verranno gestiti dalla Banca mondiale tramite un apposito fondo d’investimento che punta a generare un rendimento annuo del 5,5% per vent’anni. I ricavi netti stimati in 3,4 milioni di dollari l’anno saranno destinati alla protezione delle foreste in 72 Paesi. Ogni ettaro protetto frutterà 4 dollari, di cui l’80% agli Stati e il 20% alle comunità indigene: 0,8 dollari l’anno per ettaro agli indigeni, a fronte di oltre 4.000 dollari di valore potenziale da sfruttamento estrattivo.

Un meccanismo che monetizza ancora una volta beni comuni millenari, secondo i movimenti sociali. La ministra dell’Ambiente Marina Silva lo ha definito “una svolta storica”, mentre la ministra dei Popoli indigeni Sônia Guajajaraha celebrato il fatto che i fondi saranno finalmente gestiti direttamente dalle comunità amazzoniche. Tuttavia, il meccanismo di “payment for performance” che vincola i pagamenti ai risultati ottenuti, verificati da monitoraggio satellitare rischia di penalizzare i territori più vulnerabili, privi di strumenti o di stabilità per mantenere tassi di deforestazione al di sotto delle soglie richieste.

Francia, Norvegia, Brasile e Indonesia hanno già annunciato contributi per 5,5 milioni di dollari. Ma mancano all’appello 120 milioni, e per molte delle oltre 200 organizzazioni internazionali che hanno firmato la campagna “No al TFFF”, si tratta di un obiettivo irraggiungibile.

La storia recente offre molti precedenti: dai crediti di carbonio REDD+, lanciati nel 2007, ai più recenti crediti di biodiversità e Blue Carbon Markets nati a Montréal nel 2022. Iniziative accomunate dalla finanziarizzazione della natura e da dubbi sulla reale efficacia nella riduzione delle emissioni. Molti studi e inchieste hanno denunciato bolle speculative, sovrastima dei benefici, e violazioni dei diritti delle popolazioni locali, allontanate per fare spazio alla conservazione.

In un momento in cui la scienza indica la decarbonizzazione strutturale come unica via per contenere il riscaldamento globale, i governi sembrano puntare ancora sulle logiche del “biocapitalismo”, dove la tutela dell’ambiente passa per il profitto. Per alcuni, il TFFF è uno strumento necessario in mancanza di alternative rapide; per altri, un nuovo specchietto per le allodole.

Il fatto che l’iniziativa venga da un Paese del Sud globale come il Brasile complica il dibattito interno, dove molti movimenti esitano a criticare apertamente Lula. Ma il rischio è che, dopo l’entusiasmo iniziale, del TFFF non si parli più fino alla prossima Cop, come già accaduto con altri strumenti.

Una cosa è certa: sulle foreste tropicali, il capitale continua a puntare. E mentre il mercato si organizza, le comunità indigene continuano spesso in solitudine a difendere concretamente la foresta da cui dipendono.

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