di Carlo Longo

Le dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi su un possibile intervento in difesa di Taiwan innescano una reazione durissima da parte della Cina. Viaggi cancellati, minacce e tensioni militari: i rapporti tra le due potenze asiatiche si incrinano

Le acque del Mar Cinese Orientale si fanno sempre più agitate. Il fragile equilibrio tra Cina e Giappone è nuovamente in crisi, e il nodo ancora una volta è Taiwan. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato la nuova premier giapponese, Sanae Takaichi, che, durante la sua prima interrogazione parlamentare, ha dichiarato che “un attacco cinese contro Taiwan costituirebbe una minaccia esistenziale per il Giappone” e potrebbe dunque giustificare “l’intervento” delle Forze di Autodifesa di Tokyo.

Una posizione tanto chiara quanto dirompente, che ha scatenato la reazione immediata e furiosa di Pechino. Prima sul piano verbale: i media di Stato hanno definito Takaichi una “militarista pericolosa”, mentre Xue Jian, console cinese a Osaka, si è lasciato andare a un post su X poi rimosso in cui si evocava il “taglio del collo” per chi si immischia sulla questione taiwanese. I vertici militari cinesi, dal canto loro, hanno avvertito che un intervento giapponese porterebbe “a una sconfitta schiacciante”.

Parallelamente è scattata la risposta diplomatica e civile: Pechino ha sconsigliato i viaggi in Giappone, invitando anche gli studenti cinesi a “valutare i rischi” di un soggiorno nel Paese. Diverse agenzie turistiche hanno sospeso le prenotazioni e le compagnie aeree stanno rimborsando i biglietti. Un colpo potenzialmente pesante per l’economia giapponese: nel 2025, nei primi otto mesi, i turisti cinesi sono stati circa 6,7 milioni, mentre oltre 100 mila studenti cinesi vivono attualmente in Giappone.

La crisi ha anche un fronte militare. Nelle acque tra l’isola giapponese di Yonaguni e Taiwan separate da appena 110 km Tokyo ha schierato caccia da combattimento dopo l’avvistamento di un presunto drone cinese. Più a nord, intorno alle contese isole Senkaku (Diaoyu per Pechino), si è registrato un aumento delle manovre da parte della guardia costiera cinese. Un teatro già noto per tensioni periodiche, oggi riacceso in un contesto più ampio e instabile.

Le tensioni covavano da tempo, soprattutto da quando Sanae Takaichi nazionalista di ferro ed erede dell’ex premier Shinzo Abe ha preso le redini del governo, succedendo al più moderato Shigeru Ishiba. Le sue posizioni revisioniste sulla storia imperialista del Giappone e la sua vicinanza a movimenti separatisti (dagli uiguri ai tibetani, passando per gli attivisti di Hong Kong) l’hanno resa una figura sgradita a Pechino.

Non solo. Takaichi ha anche ipotizzato una revisione del divieto di ospitare armi nucleari statunitensi sul suolo giapponese, rompendo con uno dei cardini della dottrina pacifista nipponica in vigore dal secondo dopoguerra. Una proposta che ha fatto storcere il naso anche all’interno del Giappone stesso, dove molte imprese auspicavano un riavvicinamento economico alla Cina.

In un ultimo tentativo di contenere l’escalation, Tokyo ha inviato un diplomatico a Pechino. Colloqui sono in programma, ma il clima resta pesante: il premier cinese Li Qiang ha già fatto sapere che non incontrerà Takaichi al prossimo G20 in Brasile. E senza un passo indietro di Tokyo sulla questione Taiwan, appare difficile immaginare una vera distensione.

Nel frattempo, da Pechino arriva un segnale tutt’altro che rassicurante: alcuni analisti fanno notare che la Cina potrebbe iniziare a mettere in discussione lo status di Okinawa, giocando la carta dell’identità etnica Luchu e dell’antico regno delle Ryukyu, storicamente tributario dell’impero cinese. Un’arma diplomatica già vista nel passato e che potrebbe aprire un nuovo fronte simbolico.

La storia, insomma, non è mai davvero sepolta nell’Asia orientale. E con Sanae Takaichi al timone, il Giappone sembra intenzionato a voltare pagina. Ma la Cina è pronta a ricordare ogni riga del capitolo precedente.

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