di Martina Esposito
Al centro dello scontro, una dichiarazione sulla possibilità di un intervento militare giapponese in caso di invasione cinese di Taiwan. La Cina ha reagito con toni durissimi
Comincia in modo turbolento il mandato di Sanae Takaichi, la nuova prima ministra del Giappone eletta da poche settimane, ora già al centro di una grave crisi diplomatica con la Cina. Le tensioni sono esplose dopo che, durante un intervento in Parlamento all’inizio di novembre, Takaichi ha dichiarato che un eventuale attacco cinese contro Taiwan potrebbe essere considerato dal Giappone come una “minaccia esistenziale”, lasciando intendere una possibile risposta militare. La dichiarazione ha immediatamente scatenato una dura reazione da parte di Pechino.
La questione di Taiwan è da tempo uno dei principali punti critici nelle relazioni tra la Cina e diversi Paesi dell’area indo-pacifica. L’isola, con una popolazione di circa 23 milioni di abitanti, è de facto indipendente e guidata da un governo democraticamente eletto, ma viene considerata da Pechino una provincia ribelle da “riunificare”, anche con l’uso della forza se necessario. La leadership cinese non tollera alcuna ingerenza straniera sulla questione e reagisce sistematicamente in modo aggressivo a ogni presa di posizione internazionale che metta in discussione la “One China Policy”.
Dalla parte giapponese, l’orientamento politico è cambiato negli ultimi anni, in particolare nell’area conservatrice. Il Giappone ha progressivamente abbandonato l’ambiguità strategica che finora aveva mantenuto sulla questione taiwanese. La dichiarazione della premier Takaichi, benché senza precedenti, si inserisce in un contesto politico dove la destra giapponese considera sempre più Taiwan come un fronte cruciale per la sicurezza nazionale. L’isola è infatti vicina al territorio giapponese e si trova lungo rotte commerciali vitali per l’economia nipponica. Il principio che “una crisi a Taiwan è una crisi per il Giappone” sta guadagnando consenso negli ambienti governativi e strategici.
La reazione cinese è stata immediata e veemente. Il Ministero degli Esteri ha ribadito la volontà di completare la riunificazione nazionale, minacciando di “schiacciare” ogni tentativo di interferenza straniera. Personalità cinesi di spicco e diplomatici hanno utilizzato toni particolarmente ostili. Il console cinese a Osaka ha pubblicato un post sui social in cui evocava la “decapitazione” della premier giapponese, salvo poi cancellarlo dopo la protesta ufficiale del governo giapponese. Altri media e commentatori cinesi hanno accusato Takaichi di fomentare l’odio tra i due Paesi. Questo tipo di comunicazione aggressiva, nota come “diplomazia del guerriero lupo”, era meno frequente negli ultimi anni, ma sembra essere stata riattivata in questa fase di attrito.
Agli attacchi verbali si sono aggiunte misure concrete: Pechino ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Giappone, parlando di “gravi rischi per la sicurezza”, pur in assenza di episodi concreti che giustifichino tali timori. In parallelo, la Cina ha inviato navi della guardia costiera nei pressi delle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi), contese tra i due Paesi, in una mossa chiaramente provocatoria. La premier Takaichi, pur non ritirando le proprie dichiarazioni, ha fatto sapere di non volerle ripetere in pubblico. La posizione resta tuttavia la più esplicita mai assunta da un capo di governo giapponese sulla questione taiwanese.
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