di Martina Esposito

Il primo turno delle presidenziali in Cile ha portato al duello finale tra Jeannette Jara, dal profilo progressista moderato, e Antonio Kast, leader della destra radicale

Il primo turno delle elezioni presidenziali cilene ha delineato uno scenario politico molto polarizzato. A guidare la corsa è stata Jeannette Jara, candidata sostenuta dal governo e figura di spicco del Partito Comunista, che ha ottenuto il 26,8% dei voti. Poco distante si è posizionato Antonio Kast, leader della destra radicale e rappresentante del Partito Repubblicano, con il 23,9%. I due si affronteranno nel ballottaggio del 14 dicembre, in un contesto in cui gli equilibri politici sembrano favorire il candidato conservatore.

Chi è Jeannette Jara

Jara arriva al ballottaggio come prima classificata, ma con un margine che non le garantisce un percorso semplice. Ex ministra del Lavoro del governo di Gabriel Boric, si è dimessa lo scorso aprile per dedicarsi alla campagna elettorale. Pur appartenendo al Partito Comunista, ha scelto di presentarsi con un profilo più moderato e trasversale, al punto che è previsto il suo distacco formale dal partito per ampliare il consenso.

Durante la campagna ha insistito soprattutto sui risultati sociali ottenuti dal governo uscente: l’aumento dello stipendio minimo, la crescita delle pensioni più basse, e la riduzione dell’orario settimanale di lavoro. Tuttavia, i suoi messaggi non sono riusciti a ribaltare la narrazione dominante sulla sicurezza, tema sul quale le destre hanno costruito gran parte del proprio successo elettorale. Inoltre, Jara non può contare su molti bacini di voto da cui attingere al secondo turno: era l’unica candidata significativa dell’area progressista, e questo limita le possibilità di espansione.

Chi è Antonio Kast

Kast rappresenta l’anima più conservatrice del panorama politico cileno. È noto per le sue posizioni ultraliberiste, per una forte retorica in materia di sicurezza e per dichiarate simpatie verso la stagione politica della dittatura di Augusto Pinochet. Il suo modello di riferimento più citato è il presidente salvadoregno Nayib Bukele, famoso per la linea durissima contro le gang e le incarcerazioni di massa.

Il risultato del primo turno lo ha messo in una posizione molto competitiva: Kast ha ricevuto quasi subito l’appoggio degli altri candidati di destra ed estrema destra, e dovrebbe riuscire a concentrare gran parte di quel voto, che nel complesso supera abbondantemente il 50%. In un paese dove storicamente l’opposizione tende a prevalere nelle presidenziali, le sue possibilità di vittoria appaiono consistenti.

Una destra affollata e sorprendentemente forte

Il voto ha messo in evidenza la frammentazione – e insieme la forza – del fronte conservatore. Tra i candidati esclusi, il risultato più sorprendente è stato quello del populista Franco Parisi, che ha sfiorato il 20% contro previsioni molto più basse. Lo hanno seguito Johannes Kaiser, dell’estrema destra libertaria, e Evelyn Matthei, espressione della destra tradizionale. Tutti segmenti politici che ora gravitano attorno alla candidatura Kast.

Un’elezione da record

Questa tornata è stata anche la prima in cui il voto era obbligatorio, misura introdotta nel 2022. L’affluenza ha raggiunto l’85%, con oltre 13 milioni di elettori: numeri che hanno reso il risultato particolarmente rappresentativo del clima politico del paese, dominato dalla preoccupazione per la sicurezza nonostante il Cile resti uno dei paesi più sicuri della regione. Le elezioni legislative, svolte in parallelo, hanno confermato l’avanzata della destra. La coalizione governativa di sinistra, Unidad por Chile, ha perso seggi, mentre l’estrema destra e la destra tradizionale, sommate, hanno ottenuto la maggioranza in entrambe le camere. Un segnale che pesa ulteriormente sulle prospettive del ballottaggio.

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