di Emilia Morelli

Nel summit tra Meloni ed Edi Rama emergono nuovi accordi tra Italia e Albania, ma resta centrale il nodo dei costosi centri migranti quasi vuoti. La premier riconosce due anni di ritardi e punta sul nuovo Patto UE per salvare il progetto

albaniaDopo un pranzo istituzionale a villa Doria Pamphilj, Giorgia Meloni ed Edi Rama si presentano ai giornalisti accompagnati dalle rispettive delegazioni ministeriali. La giornata si conclude con la firma di numerosi protocolli che spaziano dalla difesa alla cybersicurezza, fino alla cooperazione su natalità e cultura. Ma dietro la cornice formale il nodo politico rimane sempre lo stesso: i centri per i migranti realizzati dall’Italia sul territorio albanese.

Le strutture di Shengjin e Gjadër, costate finora 670 milioni di euro più ulteriori 70 milioni previsti nella nuova legge di bilancio, ospitano oggi appena una ventina di persone, una cifra lontanissima dalle stime iniziali che prevedevano centinaia di arrivi mensili. Per la prima volta Meloni ammette con chiarezza che il progetto ha accumulato ritardi pesanti, parlando di “due anni persi”. E indica nei ripetuti interventi della magistratura italiana ed europea uno dei principali fattori di rallentamento.

Lo scontro con le toghe e la scommessa sul nuovo Patto UE

A chi le chiede conto delle bocciature dei tribunali, la premier risponde con un attacco frontale, sostenendo che quando entrerà in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo i centri “funzioneranno come avrebbero dovuto fin dall’inizio”. Secondo Meloni, la responsabilità dei ritardi non ricade su Palazzo Chigi, ma su coloro che hanno ostacolato l’avvio del progetto.

Rama interviene irritato con un giornalista del Tg3, criticandolo per aver insistito sul tema subito dopo che Meloni lo aveva citato. La premier, intanto, guarda a Bruxelles come all’unica possibile via d’uscita da un piano che rischia di trasformarsi in un fallimento sia economico sia politico. L’Italia punta ad anticipare alcune norme del Patto, tra cui la direttiva sui rimpatri e la definizione dei Paesi sicuri, che per Meloni dovrebbero includere anche Bangladesh e Tunisia. Tuttavia il percorso europeo è tutt’altro che lineare, con Paesi come l’Ungheria che frenano l’intesa.

L’attacco delle opposizioni e le contropartite per Tirana

I partiti di opposizione non risparmiano critiche. Per la segretaria del PD Elly Schlein sarebbero stati “sprecati 800 milioni per costruire prigioni vuote”, attribuendo la responsabilità del fallimento al governo. Rama, invece, difende la scelta, arrivando a sostenere che rifarebbe i centri “cento volte, ma solo per l’Italia”.

All’Albania l’accordo porta in dote due pattugliatori per il controllo delle coste e, soprattutto, un nuovo progetto industriale in ambito difesa: la costruzione di sette navi di oltre 80 metri a Pasha Liman, realizzate da una società mista tra Fincantieri e l’azienda albanese Kayo.

L’ingresso nell’Unione Europea come obiettivo strategico di Tirana

Oltre ai 16 accordi firmati, che includono cooperazioni contro il narcotraffico e iniziative culturali, Rama palesa quello che considera il traguardo principale: accelerare il cammino dell’Albania verso l’Unione Europea. L’obiettivo è concludere i negoziati tecnici entro fine 2027 per aprire il confronto politico nel 2028, anno in cui Meloni potrebbe ricoprire contemporaneamente la presidenza del Consiglio italiano e quella dell’UE.

Il premier albanese si dice certo del sostegno dell’Italia, anche nei confronti dei governi più riluttanti, come quello greco. Per dimostrare buona volontà, Rama annuncia la disponibilità a rinunciare al veto e al voto nei vertici comunitari e addirittura a farsi rappresentare dal commissario europeo italiano, sostenendo che Albania e Italia dovrebbero essere considerati “come un unico Paese”.

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