di Carlo Longo

Il presidente USA invia una lettera ufficiale a Gerusalemme per fermare il processo contro il premier israeliano. Il capo dello Stato ribadisce: “La procedura è chiara”. Tensione in Cisgiordania per le violenze dei coloni

usaDonald Trump passa dalle parole ai fatti. Dopo il cenno informale nel suo discorso alla Knesset un mese fa, il presidente degli Stati Uniti ha inviato una richiesta ufficiale di grazia al capo dello Stato israeliano Isaac Herzog per il premier Benyamin Netanyahu, attualmente sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre distinti procedimenti aperti nel 2020.

In una lettera su carta intestata della Casa Bianca, Trump elogia Netanyahu come “un primo ministro formidabile e decisivo in tempo di guerra”, definendo il processo a suo carico “ingiustificato e politico”. E aggiunge: “Ora che abbiamo ottenuto successi senza precedenti e che stiamo mantenendo Hamas sotto controllo, poniamo fine a questa guerra legale una volta per tutte”.

La replica di Herzog è arrivata rapidamente, in toni istituzionali ma fermi: pur esprimendo “massima stima per il presidente Trump” e “apprezzamento per il suo sostegno a Israele”, ha ricordato che la grazia richiede una richiesta formale presentata secondo le procedure stabilite. Il presidente non ha commentato il merito dei procedimenti giudiziari.

L’intervento di Trump ha diviso la politica israeliana. Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha definito la grazia “urgente e necessaria”, mentre il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha parlato di “processo kafkiano”. Di segno opposto la reazione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che ha ricordato come la legge israeliana richieda innanzitutto “il riconoscimento della colpa e il rimorso” da parte del richiedente. I media locali sottolineano inoltre che la grazia può essere concessa solo dopo una condanna, salvo rarissime eccezioni di interesse nazionale. Fonti vicine al premier avevano già riferito che la moglie di Netanyahu, Sara, si stava muovendo in tal senso.

Intanto, il processo procede con lentezza, tra udienze rinviate e tensioni legate al conflitto a Gaza. La tregua, pur formalmente in vigore, continua a essere fragile: l’esercito israeliano prosegue gli attacchi contro obiettivi ritenuti “minacce”, mentre resta irrisolta la situazione dei 150 miliziani di Hamas intrappolati nei tunnel di Rafah. Israele ha intanto riaperto in modo permanente il valico di Zikim, e mantiene operativo quello di Kerem Shalom, per facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari verso il nord della Striscia.

Ma un nuovo fronte rischia di aprirsi in Cisgiordania, dove la stagione della raccolta delle olive ha visto un’escalation di violenze da parte di coloni israeliani contro i palestinesi. L’ultimo grave episodio è avvenuto vicino a Tulkarem, dove un gruppo di uomini incappucciati ha incendiato un’azienda agricola e ferito quattro persone, arrivando poi ad attaccare anche i soldati intervenuti.

Il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha assicurato una risposta dura: “L’Idf non tollererà una minoranza criminaleche supera le linee rosse e danneggia chi rispetta la legge. Agiremo con severità finché giustizia non sarà fatta”.

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