di Ennio Bassi
Dopo averli premiati con denaro e influenza, il Cremlino ora reprime propagandisti e blogger ultra-nazionalisti accusandoli di corruzione e “terrorismo”. Analisti: “La macchina repressiva non può più fermarsi”
La repressione in Russia cambia volto. Dopo aver silenziato i dissidenti e incarcerato gli oppositori, Vladimir Putin ha rivolto la macchina del terrore verso una nuova categoria di nemici: i suoi stessi sostenitori. Opinionisti, blogger e attivisti pro-guerra – un tempo ricompensati con fondi, potere e visibilità – finiscono oggi etichettati come “agenti stranieri” o addirittura “terroristi”, in una purga che rivela le tensioni interne al sistema putiniano.
Tra i colpiti figurano Sergei Markov, per anni fedele propagandista del Cremlino sui media internazionali; Roman Alyokhin, blogger militare e raccoglitore di fondi per le truppe russe; e Tatyana Montyan, commentatrice di origini ucraine della rete statale RT, nota per la sua retorica estremista. Tutti hanno sostenuto con fervore l’invasione dell’Ucraina, ma ora si trovano schiacciati da quella stessa macchina di potere che hanno contribuito ad alimentare.
Secondo la politologa Ekaterina Schulmann, si tratta di una nuova fase della repressione: “Prima hanno colpito chi era contrario alla guerra. Ora, esauriti i nemici interni tradizionali, la macchina repressiva continua a muoversi da sola: deve autoalimentarsi.”
Mosca non ha offerto spiegazioni ufficiali, ma dietro le accuse – che spaziano dall’appropriazione indebita di fondi al collaborazionismo con potenze straniere – si nasconde una lotta tra fazioni rivali: da un lato i “lealisti”, legati al ministero della Difesa e ai media statali; dall’altro i “militaristi” o Z-blogger, il movimento ultranazionalista che ha sostenuto la guerra sul campo, raccogliendo donazioni e forniture per i soldati.
Molti di questi attivisti, grazie alle loro reti e all’indipendenza dai canali ufficiali, sono riusciti a mobilitare più fondi di alcune organizzazioni statali. Una libertà che ha finito per irritare il Cremlino. “Le autocrazie temono ogni forma di mobilitazione civica – spiega Schulmann –. Anche un movimento patriottico, se non controllato, viene visto come una minaccia.”
Secondo lo studioso russo Ivan Philippov, la frattura è anche economica: “La guerra in Ucraina ha aperto un’enorme competizione per le risorse. I propagandisti legati allo Stato vogliono mantenere il monopolio dei finanziamenti e dell’influenza.”
Già nel 2024, il Cremlino aveva incarcerato il noto ideologo nazionalista Igor Girkin per aver criticato l’esercito. Oggi la storia si ripete: i sostenitori più radicali del regime vengono puniti per la stessa cieca lealtà che li aveva resi utili.
“È ironico – conclude Philippov – vedere chi applaudiva all’arresto dei liberali scoprire ora che in Russia nessuno è al sicuro. Qui chiunque può essere imprigionato, anche per aver amato troppo lo zar.”
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