di Mario Tosetti
Istituzioni come Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio Parlamentare di Bilancio criticano la manovra 2025: il taglio Irpef favorisce i redditi medio-alti, il fiscal drag resta parzialmente compensato e le nuove misure su Isee e rinnovi contrattuali producono effetti modesti.
Dalle audizioni in Parlamento emerge un giudizio convergente sulla manovra economica 2025. Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) condividono una stessa diagnosi: la riforma fiscale non redistribuisce in modo equo le risorse. Le misure varate dal governo sono considerate selettive, di breve durata e con impatti limitati su salari, consumi e disuguaglianza.
Il taglio dell’Irpef, in particolare, concentra i benefici sui redditi più alti del ceto medio, mentre la revisione dell’Isee e la detassazione dei rinnovi contrattuali risultano troppo parziali per incidere sulla crescita dei redditi reali.
Taglio Irpef: vantaggi concentrati nei redditi più alti
Secondo l’Istat, circa l’85% delle risorse destinate al taglio Irpef finisce ai due quinti più ricchi della popolazione. La misura coinvolge 14 milioni di contribuenti e 11 milioni di famiglie, con un beneficio medio di 230 euro a persona e 276 euro per nucleo familiare. Tuttavia, nelle famiglie più povere il vantaggio si ferma a poco più di 100 euro, mentre in quelle più benestanti supera i 400 euro.
Bankitalia conferma che la riduzione dell’aliquota favorisce soprattutto i redditi medio-alti e ha un impatto trascurabile sulla disuguaglianza complessiva. Inoltre, per i contribuenti con redditi superiori a 200mila euro il guadagno potrebbe essere azzerato a causa della riduzione parallela di alcune detrazioni fiscali.
La Corte dei Conti sottolinea come il beneficio massimo si concentri tra chi guadagna oltre 50mila euro, fino a circa 200mila, mentre l’Upb calcola che la metà del risparmio fiscale vada a chi dichiara più di 48mila euro. In media, i dirigenti otterrebbero 408 euro di vantaggio, contro i 23 euro degli operai e i 55 euro dei pensionati.
Isee: più beneficiari ma maggiore complessità
La riforma dell’Isee amplia il numero di famiglie coinvolte, ma introduce un nuovo modello che si aggiunge ai sei già esistenti, aumentando la complessità burocratica. Secondo Istat, il beneficio medio sarà di 145 euro l’anno per circa 2,3 milioni di famiglie. L’impatto risulta più evidente tra i nuclei più poveri (263 euro medi), ma quasi il 70% dei beneficiari si colloca nelle fasce centrali del reddito.
Bankitalia invita alla cautela: l’aumento della franchigia sulla prima casa rischia di favorire i proprietari rispetto agli affittuari, a parità di reddito, con un costo aggiuntivo stimato di 0,5 miliardi l’anno. La Corte dei Conti esprime dubbi sulla coerenza interna dell’indicatore, modificato più volte nel tempo, con il rischio di ridurne l’efficacia come misura del reale bisogno economico.
Detassazione dei rinnovi contrattuali: effetto limitato e diseguale
La detassazione al 5% sugli aumenti salariali dei contratti rinnovati coinvolge per ora circa 760mila lavoratori, concentrati nei settori dell’edilizia, della logistica e dei servizi di pulizia. Estendendo la platea ai contratti in scadenza entro il 2026, i beneficiari potenziali salirebbero a 2 milioni circa, ma con forti disparità territoriali e settoriali.
Bankitalia avverte che la misura ha una spinta “contenuta” sulla dinamica salariale, poiché il 40% dei lavoratori privati ha già contratti rinnovati con scadenza oltre il 2026. La Corte dei Conti evidenzia inoltre la natura temporanea del provvedimento — valido solo per i rinnovi 2025-2026 — e un impatto sui consumi limitato.
L’Upb stima un risparmio medio di 208 euro per ciascun lavoratore beneficiario, ma segnala che la misura crea differenze ingiustificate tra dipendenti in situazioni simili e non modifica la struttura complessiva dei salari.
Fiscal drag: compensazione parziale e diseguale
Il problema del fiscal drag — l’aumento del prelievo dovuto all’inflazione — resta irrisolto. L’Upb calcola che il nuovo sistema Irpef compensa completamente il drenaggio fiscale solo per i lavoratori dipendenti fino a 32mila euro di reddito annuo. Tra 32mila e 45mila euro la compensazione è parziale, mentre oltre questa soglia l’effetto si annulla.
Per pensionati e lavoratori autonomi il recupero del potere d’acquisto è ancora più debole: il drenaggio accumulato negli ultimi anni non viene riassorbito. Il taglio delle aliquote, infatti, interessa solo una parte dei contribuenti e non incide sulle detrazioni, lasciando esclusi molti lavoratori e pensionati con redditi medio-bassi.
Una manovra che non riduce le disuguaglianze
Dalle analisi congiunte di Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Upb emerge un messaggio chiaro: la manovra 2025 privilegia interventi mirati ma temporanei, senza una reale redistribuzione del reddito. Le famiglie con redditi più alti beneficiano in modo significativo, mentre i ceti medio-bassi continuano a subire gli effetti del fiscal drag e dell’inflazione.
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