di Ennio Bassi

Mentre gli Stati Uniti intensificano la pressione militare, il governo venezuelano stringe la morsa interna: censura, arresti e miseria colpiscono un Paese allo stremo. La regista chavista Thais Rodríguez: «La gente non pensa alla guerra, ma a sopravvivere»

Le navi da guerra statunitensi al largo delle coste venezuelane alimentano la tensione internazionale, ma in patria il vero conflitto si consuma ogni giorno: quello per la sopravvivenza. «La gente non ha tempo di preoccuparsi di un’invasione. È troppo impegnata a sopravvivere», racconta la regista e militante chavista Thais Rodríguez, nota per i suoi documentari su Hugo Chávez.

Nelle regioni costiere del Delta Amacuro, i pescatori hanno ridotto le uscite in mare per timore di attacchi, ma il pericolo più concreto è la fame. Il crollo della sanità pubblica, la crisi del sistema educativo e salari ormai simbolici rendono insostenibile la vita quotidiana. «I bambini vanno a scuola solo due giorni a settimana perché il 76% degli insegnanti ha lasciato il lavoro – spiega Rodríguez –. Lo stipendio medio è di appena 7 dollari al mese, con un salario minimo che oggi vale meno di 50 centesimi».

E mentre il presidente Nicolás Maduro si vanta sui social di guidare «un popolo colto», il Paese sprofonda in una spirale di povertà e repressione. La minaccia statunitense, lungi dal generare coesione nazionale, è servita a giustificare una nuova ondata di arresti e intimidazioni contro sindacalisti, giornalisti e attivisti, anche all’interno del mondo chavista.

Secondo Rodríguez, il governo di Maduro è ormai «antipopolare, corrotto e illegittimo», lontano dal progetto originario di Chávez. «Si dice di sinistra, ma ha tradito i lavoratori e si regge sulla paura». L’ultima vittima nota è il giornalista Joan Camargo, scomparso da giorni: è il 23º reporter detenuto o fatto sparire nel 2025, denuncia il sindacato dei lavoratori della stampa.

A pagare sono anche cittadini comuni, usati come pedine di scambio politico o vittime di estorsioni della polizia. Tra loro, l’italiano Alberto Trentini, detenuto da oltre un anno senza processo: la sua liberazione, come quella di altri prigionieri stranieri, rischia di essere ulteriormente rinviata a causa dell’attuale crisi.

Rodríguez stessa è finita nel mirino del regime: accusata di «cospirazione con un governo straniero» e «incitamento all’odio» dopo una manifestazione pacifica, è stata rilasciata solo grazie a una campagna internazionale di solidarietà. «Ci chiamano agenti della Cia solo perché critichiamo il governo», racconta.

La repressione non risparmia nemmeno il mondo della cultura. Quattro studenti dell’Universidad Central de Venezuela, tra cui il regista Noel Cisneros, sono stati arrestati per aver fotografato la facciata di un carcere come parte di un progetto di tesi. Sono stati rilasciati solo dopo un’ondata di indignazione che ha coinvolto più di 500 artisti e attivisti in tutto il mondo.

Intanto, mentre Washington parla di “pressione diplomatica” e Trump smentisce piani d’invasione, la retorica anti-imperialista di Maduro serve a consolidare il controllo interno. Ma in un Paese dove 30 milioni di persone vivono in condizioni di emergenza umanitaria, il nemico principale non arriva dal mare, ma dal palazzo presidenziale.

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