di Carlo Longo

Due alpinisti italiani, Caputo e Farronato, trovati senza vita sul monte Panbari in Nepal. Travolti dal ciclone Montha. Nello stesso weekend, un’altra valanga sul Dolma Khang uccide altri tre connazionali

Sono stati ritrovati senza vita Alessandro Caputo e Stefano Farronato, i due alpinisti italiani dispersi da giorni sull’Himalaya, in Nepal. I corpi sono stati nepalrecuperati nella loro tenda, ancora nei sacchi a pelo, sepolti sotto tre metri di neve sul monte Panbari, al confine settentrionale del Paese.

Secondo le autorità locali, la morte dei due sarebbe avvenuta a causa del ciclone Montha, la tempesta che ha colpito duramente la regione a fine ottobre. I due alpinisti si trovavano nel campo uno, a circa 5.200 metri di quota, quando la bufera li ha sorpresi nella notte del 27 ottobre.

Il ciclone Montha e l’attesa dei soccorsi

La tempesta di neve è stata descritta come una delle più violente degli ultimi anni, capace di mettere in difficoltà centinaia di escursionisti nella zona himalayana. Caputo e Farronato erano riusciti a comunicare con il campo base fino a giovedì, poi i dispositivi satellitari avevano smesso di trasmettere segnali.

Le condizioni meteorologiche estreme hanno impedito ai soccorsi di intervenire immediatamente. Solo domenica 2 novembre gli elicotteri hanno potuto raggiungere l’area, trovando la tenda completamente ricoperta di neve. Secondo le prime ricostruzioni, i due avrebbero atteso invano i soccorsi prima di essere sommersi dalla tormenta.

Il Ministero degli Esteri italiano ha confermato il decesso in una nota ufficiale. Con loro avrebbe dovuto esserci anche Valter Perlino, terzo membro della spedizione, che si era ritirato al campo base prima dell’arrivo del ciclone a causa di un infortunio a un piede. È stato lui stesso a partecipare alle operazioni di recupero.

Un’altra tragedia sul Dolma Khang

Poche ore dopo il ritrovamento dei due italiani, un’altra valanga sul monte Dolma Khang, vetta di 6.300 metri al confine tra Nepal e Tibet, ha causato la morte di altri sette alpinisti, tra cui tre italiani.

Le vittime italiane sarebbero Paolo Cocco, fotografo ed ex vicesindaco di Fara San Martino, e Marco Di Marcello, biologo di Teramo, entrambi partiti per una spedizione organizzata da Dreamers Destination Treks. A loro si aggiunge Markus Kirchler, altoatesino, che partecipava a un’altra spedizione della Wilderness Outdoors.

Secondo le autorità nepalesi, i due gruppi marciavano insieme quando una massa di neve e ghiaccio ha travolto la parete durante la salita. Solo pochi componenti, tra cui due francesi, sono riusciti a mettersi in salvo.

I racconti dei sopravvissuti

Tra i sopravvissuti, il francese Didier Berton, 61 anni, ricoverato a Kathmandu, ha raccontato all’Afp i momenti drammatici della tragedia: «Abbiamo sentito un boato improvviso e ci siamo ritrovati sotto la neve. Forse siamo vivi solo perché eravamo più in alto sulla parete».

Le autorità nepalesi stimano che alcuni corpi siano ancora sepolti sotto metri di neve, rendendo difficili le operazioni di recupero. Due guide locali risultano tra le vittime, mentre i feriti sono stati trasportati in elicottero nella capitale.

Il cordoglio e il bilancio di un mese nero per l’Himalaya

Le comunità italiane di Fara San Martino e Teramo hanno espresso profondo cordoglio per la scomparsa dei loro concittadini. Il sindaco Antonio Tavani ha ricordato Cocco come «un ragazzo generoso e pieno di vita, che amava la montagna come una seconda casa».

Ottobre, tradizionalmente considerato uno dei mesi migliori per le spedizioni himalayane, si è rivelato invece drammatico. Il ciclone Montha è il secondo evento meteorologico estremo del mese: poche settimane prima, un’altra bufera aveva intrappolato un migliaio di scalatori al campo base dell’Everest, provocando un’ulteriore vittima.

Le due tragedie riaccendono il dibattito sulla sicurezza delle spedizioni in alta quota, sempre più minacciate dai cambiamenti climatici e da eventi meteorologici imprevedibili.

Una doppia tragedia che scuote l’alpinismo italiano

Le morti di Caputo, Farronato, Cocco, Di Marcello e Kirchler segnano una delle pagine più dolorose dell’alpinismo italiano recente. Tutti accomunati dalla passione per la montagna e dalla determinazione a spingersi oltre i limiti, hanno trovato la morte in un ambiente maestoso ma spietato.

L’Himalaya, ancora una volta, si conferma teatro di grandi imprese ma anche di grandi perdite, dove il coraggio umano incontra la forza indomabile della natura.

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