di Ennio Bassi
Gli Stati Uniti intensificano la presenza militare nella regione tra esercitazioni anfibie e raid contro i narcos. Mosca reagisce minacciando di armare il Venezuela
Le acque dei Caraibi tornano a essere teatro di alta tensione. I Marines statunitensi hanno avviato imponenti esercitazioni di sbarco a Porto Rico, mentre un nuovo attacco contro una presunta imbarcazione di trafficanti di droga ha provocato la morte di tre persone. Ufficialmente, si tratta di operazioni nell’ambito della lotta al narcotraffico, ma il dispiegamento di uomini e mezzi fa temere uno scenario ben più ampio: un braccio di ferro geopolitico tra Washington e Caracas, con Mosca pronta a inserirsi nel gioco delle tensioni.
In un video diffuso dal Comando Sud degli Stati Uniti, la 22ª Unità di Spedizione dei Marines è ripresa mentre conduce manovre anfibie e operazioni di infiltrazione supportate da elicotteri. Le immagini, dal forte impatto mediatico, mostrano truppe e veicoli sbarcare su una spiaggia di Porto Rico. «Le forze statunitensi sono schierate nei Caraibi per sostenere la missione del Comando Sud e contrastare il traffico illecito di droga», recita la nota ufficiale.
Ma dietro la retorica della sicurezza regionale si celano segnali che evocano le atmosfere della crisi dei missili di Cuba del 1962. Secondo fonti diplomatiche, la Russia ha espresso una “ferma condanna dell’uso eccessivo della forza” nelle operazioni americane, ma al tempo stesso ha lasciato intendere la possibilità di fornire missili a Caracas e di riservarsi “sorprese” in risposta a quella che definisce “provocazione militare”.
A far crescere l’allarme è anche il riattivarsi delle basi statunitensi nella regione. In particolare, sono in corso lavori di ristrutturazione nella storica base navale di Roosevelt Roads, a Porto Rico, chiusa nel 2004 e oggi oggetto di un massiccio intervento di ammodernamento. Il sito, che fu uno dei più grandi del mondo durante la Guerra Fredda, gode di una posizione strategica ideale per operazioni aeree e navali nel Mar dei Caraibi. Secondo foto e documenti raccolti da Reuters, i lavori interessano le piste di decollo e i collegamenti logistici, segno di una possibile preparazione a operazioni nel Venezuela di Nicolás Maduro.
Washington starebbe inoltre potenziando le infrastrutture militari anche negli aeroporti di Porto Rico e Saint Croix, nelle Isole Vergini americane, entrambi a meno di 800 chilometri dalle coste venezuelane. «Queste mosse mirano a far tremare il regime di Maduro e i suoi generali, sperando di generare divisioni interne», ha commentato Christopher Hernandez-Roy, analista del Center for Strategic and International Studies.
Sul piano politico, la tensione si intreccia con un dibattito interno agli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia ha comunicato al Congresso che l’amministrazione Trump può proseguire le operazioni militari senza l’autorizzazione parlamentare prevista dalla War Powers Resolution del 1973, poiché – sostiene l’ufficio legale – i raid “non configurano ostilità dirette” e rientrano in un “conflitto armato non internazionale contro i cartelli della droga”.
Dal 4 settembre, il Pentagono ha già condotto 15 attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti, provocando 64 vittime. Una strategia che, secondo alcuni osservatori, riecheggia la Dottrina Monroe, il principio ottocentesco con cui Washington si riservava il diritto d’intervenire militarmente in America Latina per garantire l’ordine nel proprio “cortile di casa”.
Con il rafforzarsi della presenza militare americana e le minacce russe sullo sfondo, i Caraibi tornano così a essere un fragile punto d’equilibrio del confronto globale, dove ogni manovra rischia di trasformarsi in scintilla.
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