di Carlo Longo

Uccisioni di massa, violenze etniche e fame devastano il Paese. Oltre 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti immediati. Medici Senza Frontiere denuncia atrocità su larga scala e l’impossibilità di raggiungere i civili

La crisi in Sudan ha raggiunto livelli mai visti dalla comunità internazionale. Dopo la caduta della città di El-Fasher, nel Darfur settentrionale, lo scorso 26 ottobre, le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)descrivono una situazione «apocalittica», segnata da esecuzioni sommarie, stupri, torture e massacri etnici. Le Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia paramilitare in lotta con l’esercito regolare da oltre due anni, hanno conquistato la città dopo un assedio durato 18 mesi, lasciandosi alle spalle un’ondata di violenze di massa.

Secondo i dati delle agenzie umanitarie, il Sudan conta oggi 14 milioni di sfollati interni e 30 milioni di persone che necessitano di assistenza immediata. Le immagini satellitari e le testimonianze dei sopravvissuti mostrano cadaveri nelle strade, nelle università e negli edifici militari. «Siamo di fronte a una tragedia umana di proporzioni disumane», ha dichiarato il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi, mentre la Germania e il Regno Unito parlano apertamente di “apocalisse umanitaria”.

Dalla sede dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, il portavoce Seif Magango ha riferito che migliaia di civili sono fuggiti a piedi verso Tawila, a 70 chilometri a ovest, in viaggi estenuanti di tre o quattro giorni. Secondo l’Onu, almeno 36.000 persone avrebbero già abbandonato la città, che contava 260.000 abitanti prima dell’assedio. Tawila, tuttavia, ospita già oltre 650.000 sfollati, aggravando una crisi logistica e sanitaria fuori controllo.

Anche Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato un appello drammatico. «I numeri degli arrivi non tornano – ha spiegato Michel Olivier Lacharité, responsabile delle emergenze –. Temiamo che migliaia di civili siano stati uccisi o bloccati lungo le vie di fuga». I medici di MSF riferiscono di ferite da arma da fuoco, fratture e segni di tortura, e raccontano di bambini uccisi davanti ai genitori, violenze sessuali e rapimenti a scopo di riscatto.

L’Oms conferma che gli ospedali e gli operatori sanitari sono sempre più bersaglio di attacchi. Il maternità saudita di El-Fasher è stato colpito cinque volte in ottobre, con la presunta uccisione di 460 pazienti e accompagnatori. «Siamo impossibilitati a prestare assistenza alle vittime», ha dichiarato Teresa Zakaria, responsabile delle Operazioni umanitarie dell’Oms. Dall’inizio dell’anno, sono stati verificati 189 attacchi contro strutture mediche, che hanno causato 1.670 morti e 419 feriti.

Intanto la carestia dilaga e si diffondono colera e malattie infettive. Ma l’azione internazionale è frenata da una grave carenza di fondi: il Piano umanitario per il Sudan è finanziato solo al 27%, ha denunciato la stessa Oms. «I fondi per la sanità coprono appena il 37% del fabbisogno. Chiediamo alla comunità internazionale di non abbandonare il popolo sudanese. Gli operatori locali sono gli unici che continuano a portare aiuto, spesso a rischio della propria vita», ha aggiunto Zakaria.

In un Paese allo stremo, devastato dalla guerra civile e da decenni di instabilità, la caduta di El-Fasher rappresenta un punto di non ritorno: il collasso di un intero sistema sociale, sanitario e politico sotto gli occhi del mondo, mentre milioni di persone attendono un aiuto che tarda ad arrivare.

(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati

L’articolo Sudan, “situazione apocalittica”: Oms e Onu lanciano l’allarme umanitario dopo la caduta di El-Fasher proviene da Associated Medias.