di Corinna Pindaro
Ricordo di Giovanni Galeone, allenatore visionario che rivoluzionò il calcio italiano con il suo 4-3-3 creativo e ispirò Allegri, Giampaolo e Gasperin
Giovanni Galeone non è stato solo un allenatore, ma un pensatore del calcio.
Il suo nome resta inciso nello spirito di chi lo ha seguito, dai suoi discepoli più celebri — Allegri, Giampaolo e Gasperini — fino a intere generazioni di tecnici che hanno trovato in lui un riferimento di libertà e immaginazione tattica.
Diversi tra loro e diversi da lui, tutti però portano dentro qualcosa del suo modo di intendere il calcio: un gioco che doveva essere prima di tutto piacere e bellezza.
Negli anni in cui l’Italia passava dal calcio a uomo a quello a zona, Galeone incarnò l’anima più poetica di quella rivoluzione. Se Sacchi ne fu il profeta e Zeman il visionario radicale, lui ne rappresentò la versione più umana e leggera: una sintesi di intelligenza tattica e gusto estetico.
Un’idea di calcio e di vita
Il suo calcio, costruito attorno al 4-3-3 fluido e spregiudicato, rimase inconfondibile: spazi larghi, libertà di espressione, fiducia nell’estro individuale.
Non amava i dogmi né la disciplina cieca; preferiva la creatività e la comprensione dei propri giocatori. “Prima di tutto, bisogna capire gli uomini”, ripeteva.
Eppure, pur inseguendo il piacere del gioco, i risultati arrivarono: quattro promozioni tra Pescara, Udine e Perugia, simbolo di un successo costruito sull’arte più che sulla tattica.
Nato a Napoli nel gennaio del 1941, figlio di una famiglia borghese — padre ingegnere liberale e madre monarchica —, Galeone ha sempre cercato la libertà. La trovò nel calcio, e soprattutto a Pescara, dove costruì il suo capolavoro.
Le radici e la scoperta del calcio come arte
Trasferitosi da bambino a Trieste, Galeone imparò a giocare per strada, insieme ai ragazzi slavi dei quartieri popolari. Da loro assorbì una visione istintiva, creativa e imprevedibile del gioco, che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera.
Appassionato di letteratura e filosofia, si allontanò presto dalle idee tradizionaliste della famiglia, avvicinandosi alla cultura di Brecht, Sartre e Pasolini, con il quale ebbe un lungo rapporto di amicizia.
Da calciatore fu un centrocampista elegante e un po’ anarchico, che preferiva l’intuizione allo schema. Dopo varie esperienze in Serie C, chiuse la carriera all’Udinese, dove iniziò anche quella da allenatore — e dove, molti anni più tardi, sarebbe tornato per l’ultima volta in panchina, nel 2006.
Pescara e gli anni d’oro del sogno biancazzurro
È a Pescara, però, che Galeone ha scritto le pagine più luminose del suo calcio.
Due trienni indimenticabili — 1986-1989 e 1990-1993 — in cui il suo Pescara incantò l’Italia con un gioco d’attacco spavaldo e raffinato.
Il campionato 1987-88 resta nella memoria: con Junior, Gasperini, Sliskovic, Pagano, Dicara e Bergodi, la squadra conquistò una storica salvezza in Serie A e regalò ai tifosi un calcio felice, fatto di fantasia e leggerezza.
A fine allenamento, Galeone restava spesso sul campo a chiacchierare con Sliskovic, un bicchiere di champagne e una sigaretta tra le dita: la genialità e la sregolatezza che lo hanno sempre accompagnato.
L’irriverente che il sistema non ha mai capito
Galeone era un allenatore fuori dagli schemi, nel calcio come nella vita.
Fumatore incallito, battutista elegante, colto e ironico, non si piegava alle logiche del potere sportivo. Le sue idee anticonformiste — e la sua indipendenza — gli costarono spesso le grandi panchine.
Raccontava che Massimo Moratti lo aveva convocato per discutere di un possibile futuro all’Inter, ma la conversazione si spostò subito sui rapporti con Luciano Moggi, che erano tutt’altro che cordiali: da quel momento l’occasione sfumò.
Il lascito e l’eredità dei suoi allievi
Nonostante non abbia mai guidato un top club, la sua influenza è arrivata lontano grazie ai suoi allievi.
Massimiliano Allegri, in particolare, ha sempre riconosciuto in lui il suo vero mentore. I due erano legati da un rapporto di profonda fiducia e rispetto: quando Allegri ebbe un momento di crisi personale, si rifugiò da lui in vacanza, come da un padre spirituale.
Di sé, Galeone diceva: “Mi hanno chiamato bevitore e donnaiolo, ma io credo che capire il vino e amare le donne sia parte dell’essere uomo.”
Con la stessa ironia e libertà con cui viveva, ha lasciato il calcio e la vita, nella sua Udine, all’età di 84 anni.
Il genio libero che ha cambiato il calcio
Giovanni Galeone non ha vinto tutto, ma ha insegnato tutto.
Ha dimostrato che il calcio può essere arte, che si può essere maestri senza cattedra e che la leggerezza può essere una forma di profondità.
Il suo spirito sopravvive nei campi, nei tecnici che ancora credono nel gioco come espressione di libertà e bellezza.
Come scrisse un suo amico, Gianni Mura, con cui spesso discuteva di calcio e di vita: “Galeone è stato un poeta in panchina.”
E i poeti, si sa, non muoiono mai davvero.
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