di Ennio Bassi

Il gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces conquista la città nel Darfur e diffonde video di esecuzioni di massa. Le immagini, scioccanti, mostrano omicidi su base etnica e potrebbero costituire prove per un futuro processo internazionale

In Sudan, l’orrore della guerra civile si mostra senza veli. Le Rapid Support Forces (RSF), gruppo paramilitare guidato da Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemedti, hanno conquistato Al Fashir, nella regione occidentale del Darfur, e stanno diffondendo in rete i video dei propri crimini di guerra. Le immagini, girate dagli stessi miliziani, mostrano esecuzioni di massa di civili, spesso riprese più volte da diverse angolazioni. Scene raccapriccianti di uomini in fuga inseguiti e poi uccisi, veicoli civili dati alle fiamme, cadaveri sparsi nel terreno, anche di donne.

In un video, alcuni civili vengono messi in ginocchio, ingannati con la promessa della libertà e poi uccisi con colpi alle spalle. In un altro, si vedono jeep inseguire uomini nella savana: una volta fermati, i fuggitivi vengono giustiziati a sangue freddo. Il tutto è accompagnato da commenti razzisti, con termini come falangaya, usato per insultare le etnie nere africane da parte delle RSF, che si autodefiniscono “superiori” in quanto di pelle più chiara e di discendenza araba.

Queste esecuzioni si inseriscono nel contesto di una guerra civile esplosa nell’aprile 2023 tra le RSF di Hemedti e l’esercito regolare sudanese, guidato dal generale Abdel Fattah al Burhan. In due anni e mezzo di conflitto, le Nazioni Unite stimano almeno 150.000 morti. Le RSF, sostenute dagli Emirati Arabi Uniti con armi e denaro, sono considerate la diretta erede dei janjaweed, le milizie responsabili della pulizia etnica in Darfur tra il 2003 e il 2005.

Ora, quella tragedia si ripete: i 30 mesi d’assedio ad Al Fashir si sono conclusi con un’ondata di violenza che rievoca i peggiori crimini del passato. Le RSF avevano circondato la città scavando fossati, oggi trasformati in luoghi di esecuzione e teatro di violenze riprese e diffuse come trofei.

Tra i protagonisti di questi video spicca Abu Lulu, nome di battaglia di Al Fateh Abdullah Idris, un comandante RSF che si filma mentre uccide prigionieri disarmati. In almeno sei video, identificati da fonti locali, si vede Abu Lulu farsi beffe del generale nemico Burhan prima di sparare a dieci uomini inermi. In una videochiamata, si vanta di aver ucciso 2.000 persone, “ma dopo ho perso il conto”, dice ridendo, mentre gli interlocutori applaudono.

Un giornalista sudanese, che ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza, lo descrive come “una macchina per uccidere, spietata, inquietante”. Secondo una seconda fonte, un mese fa Abu Lulu avrebbe assassinato a sangue freddo il proprietario del ristorante Qandeel ad Al Fashir, filmando lui stesso l’esecuzione. Nonostante voci che lo davano per morto, è riapparso proprio durante la conquista della città, continuando a documentare i propri crimini.

Le immagini diffuse dalle RSF potrebbero costituire prove dirette per un futuro processo per crimini contro l’umanità. Ma nel frattempo, il Darfur è tornato nell’incubo della pulizia etnica, in un conflitto dove le vittime civili vengono non solo eliminate, ma anche esibite come trofei di guerra.

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