di Corinna Pindaro
Il nuovo simbolo della Lega in Puglia, con garofano rosso e scudocrociato, scatena malumori tra storici militanti e mette in crisi il mito fondativo del movimento
La comparsa, nella lista pugliese della Lega, di un simbolo elettorale che accosta il classico disegno di Alberto da Giussano a elementi riconducibili al Partito
Socialista e alla tradizione democristiana ha suscitato sorpresa e imbarazzo. L’accostamento visivo — garofano rosso e scudocrociato con la scritta “Libertas” — è percepito da molti come un’anomalia rispetto alla narrazione originaria del movimento, fondata sulla contrapposizione agli storici partiti della Prima Repubblica.
Bossi e la memoria di un’idea originaria
Per chi ha vissuto la nascita della Lega è difficile non pensare a Umberto Bossi: il fondatore che costruì il progetto delle leghe autonomiste su un messaggio di forte rottura con l’establishment politico romano. In passato Bossi aveva fatto della lotta contro i partiti tradizionali — in particolare democristiani, socialisti e comunisti — e della difesa dell’identità padana i cardini del suo discorso pubblico. Per molti ex militanti e simpatizzanti, dunque, vedere simboli storicamente associati a quei partiti affiancati al vessillo leghista è quasi un paradosso.
La strategia elettorale dietro il “doppio” simbolo
Dietro l’operazione c’è una logica politica: ampliare il consenso e consolidare basi locali anche in regioni dove la Lega vuole dimostrare di essere un soggetto nazionale, non più solo un fenomeno settentrionale. In Puglia la competizione con Forza Italia e gli altri schieramenti costringe ad alleanze e compromessi che si riflettono anche nei loghi, più articolati e a volte compositi, delle liste elettorali. A giudicare dal risultato grafico, la scelta punta a intercettare elettori moderati e cattolici che si riconoscono ancora in simboli come lo Scudocrociato.
Reazioni interne: dal disorientamento alla giustificazione
Nei corridoi del partito qualcuno giudica l’accoppiamento simbolico un eccesso, un passo che potrebbe urtare la sensibilità dei vecchi militanti. Altri, più pragmatici, considerano l’operazione come una semplice mossa tattica: la politica moderna impone alleanze e il branding elettorale spesso riflette compromessi locali. L’obiettivo dichiarato è semplice: allargare la platea elettorale anche là dove la Lega ancora fatica a installare una radicata struttura territoriale.
Salvini, compromessi e radicamento meridionale
Sotto la leadership attuale la Lega ha gradualmente rivisto il suo posizionamento, cercando consenso anche nel Mezzogiorno. Tale trasformazione si è tradotta in alleanze locali con formazioni che storicamente appartengono a correnti diverse, talvolta anche con figure controverse. Questa strategia di allargamento ha prodotto risultati politici ma anche tensioni identitarie all’interno del movimento, come dimostra il caso del simbolo pugliese.
Il peso dei simboli nella politica italiana
L’episodio mette in luce quanto sia ancora potente il valore simbolico nel sistema politico italiano: un logo non è soltanto un elemento grafico, ma evoca memorie, identità e rancori. L’uso di simboli associati a tradizioni politiche diverse può facilitare l’aggregazione di voti, ma rischia anche di alienare chi conserva un ricordo ideologizzato delle origini del partito.
Verso le elezioni: opportunità o rischio reputazionale?
Mentre i vertici del partito valutano l’impatto dell’immagine, l’attenzione si sposta su due fronti: da un lato la capacità di attrarre elettori moderati e di centro, dall’altro la necessità di non perdere la fiducia di una base storica. Il dilemma è noto: vincere richiede alleanze e aperture; mantenere coesa una storia politica fatta di opposizione netta può invece diventare un vincolo. Il simbolo in Puglia è l’emblema grafico di questa tensione.
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