di Martina Esposito

Mentre Washington affronta un deficit persistente, Roma e Atene vedono invece una traiettoria in calo, sostenuta da riforme fiscali e crescita moderata

Il quadro delle finanze pubbliche globali è destinato a cambiare radicalmente nel prossimo decennio. Secondo le stime aggiornate del Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti sono sulla strada per superare — per la prima volta — i livelli di debito pubblico lordo di Italia e Grecia, due paesi storicamente associati a forti criticità fiscali.

Il rapporto debito/PIL statunitense dovrebbe crescere di oltre 20 punti percentuali da oggi fino al 2030, toccando quota 143,4% entro la fine del decennio. Si tratta di una soglia mai raggiunta dagli USA nemmeno nei momenti più critici della pandemia. Contestualmente, l’FMI prevede che il deficit federale americano rimarrà superiore al 7% del PIL ogni anno fino al 2030, il dato più alto tra tutte le economie avanzate monitorate dall’organismo.

Possibile sorpresa per Italia e Grecia

Al contrario, l’Italia — spesso citata come esempio negativo nelle discussioni internazionali sul debito — potrebbe sorprendere. Il Fondo sottolinea come Roma sia avviata verso una riduzione del debito netto a partire dal 2028, grazie a una combinazione di prudenza fiscale e miglioramento dei fondamentali economici. Il Financial Times ricorda che l’Italia chiuderà il 2025 con un avanzo primario dello 0,9% del PIL, ben al di sopra delle previsioni iniziali (0,5%), mentre il disavanzo complessivo scenderà al 3%, consentendo una possibile uscita anticipata dalla procedura UE per deficit eccessivo.

La stabilizzazione dei conti pubblici italiani è sostenuta anche dall’accesso ai fondi del PNRR, per un totale di oltre 200 miliardi di euro. Secondo Carlo Capuano, vicedirettore del team sovrano di Scope Ratings, l’Italia ha tratto vantaggio anche da una ripresa del mercato del lavoro e da una maggiore efficienza nella riscossione delle imposte, in parte grazie all’incremento dei pagamenti digitali.

La Grecia, anch’essa sotto la lente dell’FMI, è prevista su una traiettoria simile a quella italiana, mantenendo sotto controllo il disavanzo e favorendo una progressiva riduzione del debito.

Stime negative per gli Stati Uniti

Di fronte a questi dati, cresce l’attenzione verso il caso statunitense. Nonostante gli USA godano di una capacità di indebitamento superiore — grazie al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale — le cifre iniziano a sollevare preoccupazioni. James Knightley, capo economista di ING per gli Stati Uniti, sottolinea come i paragoni con l’Europa non siano più così scontati: «Molti politici e investitori americani tendono a guardare con sufficienza le economie europee, ma con numeri come questi, è difficile ignorare il problema interno».

Anche il Congressional Budget Office conferma una prospettiva negativa: secondo le sue stime, il debito americano continuerà a crescere ben oltre il 2030, alimentato da un deficit strutturale che appare ormai cronico. Mahmood Pradhan, dell’Amundi Investment Institute, ha definito questo momento come «simbolico», segnalando un punto di svolta nel dibattito globale sulla sostenibilità fiscale.

Gli USA smentiscono

Dall’amministrazione statunitense, però, arriva una contro-narrazione. Joe Lavorgna, consigliere economico del segretario al Tesoro Scott Bessent, ha rivendicato i risultati ottenuti sotto Donald Trump, ricordando le misure di contenimento della spesa e l’aumento delle entrate derivanti dai dazi commerciali. «Gran parte del miglioramento del deficit si è verificato a partire da aprile», ha dichiarato Lavorgna al Financial Times, minimizzando l’allarme lanciato dagli analisti internazionali.

La dinamica in atto, tuttavia, suggerisce un riequilibrio dei ruoli tradizionali nel panorama economico globale. L’Europa mediterranea, spesso additata per la sua vulnerabilità fiscale, sta vivendo una fase di consolidamento. Gli Stati Uniti, invece, sembrano avviarsi verso una nuova fase di debolezza strutturale sul fronte del bilancio pubblico — con implicazioni che potrebbero estendersi ben oltre la fine del decennio.

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