di Mario Tosetti
Washington invia la USS Gerald R. Ford e migliaia di militari nel Mar dei Caraibi. Maduro accusa gli USA di preparare un’invasione, mentre Lula tenta la mediazione. Sale la tensione nella regione
Il clima politico e militare nell’area caraibica si fa sempre più incandescente. Dall’inizio di settembre le forze armate statunitensi hanno intensificato le operazioni contro presunti trafficanti di droga, colpendo almeno dieci imbarcazioni e provocando decine di vittime. A queste azioni si aggiunge ora una mossa di portata strategica: il Pentagono ha ordinato il trasferimento della portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande della marina americana, dal Mediterraneo al Mar dei Caraibi. La nave, con oltre 5.000 uomini a bordo, raggiungerà l’area in circa una settimana.
Parallelamente, da oggi fino al 30 ottobre, gli Stati Uniti terranno manovre militari congiunte con Trinidad e Tobago, consolidando la propria presenza in un’area considerata geopoliticamente cruciale.
Un imponente schieramento militare
Le isole di Trinidad e Tobago, situate a soli dieci chilometri dal Venezuela, ospitano ora un contingente militare imponente. Alla presenza della nave lanciamissili USS Gravely si aggiungono tre navi d’assalto, caccia F-35B, aerei da pattugliamento P-8 Poseidon, droni MQ-9 Reaper e diversi sottomarini. Nel complesso, l’operazione coinvolge circa 10.000 militari americani, tra marines e forze di supporto, molti provenienti dalla base di Porto Rico.
Secondo la rivista The Atlantic, un tale dispiegamento di forze non si vedeva dai tempi della crisi dei missili cubani, evidenziando la portata della pressione esercitata da Washington sul governo di Nicolás Maduro.
L’obiettivo di Washington: oltre la lotta al narcotraffico
Ufficialmente, la campagna militare è parte di un piano contro il narcotraffico. Tuttavia, osservatori internazionali sostengono che dietro le operazioni americane si celino obiettivi ben più ampi: il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane, il contenimento dei flussi migratori verso gli Stati Uniti e il tentativo di indebolire l’influenza di Russia e Cina su Caracas.
L’amministrazione Trump ha accusato Maduro di essere coinvolto nel traffico di droga e ha perfino fissato una taglia da 50 milioni di dollari sulla sua cattura. Secondo fonti della Cnn, la Casa Bianca valuterebbe perfino attacchi mirati alle strutture di produzione di cocaina all’interno del Venezuela, sebbene il Paese non sia tra i principali produttori della regione.
Caracas risponde: “Pronti a difendere ogni centimetro di territorio”
Il presidente Nicolás Maduro ha reagito con durezza, accusando gli Stati Uniti di voler “mettere in piedi una nuova guerra” e promettendo che il Venezuela si difenderà da qualsiasi aggressione. Il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha ribadito che l’esercito è pronto a resistere a ogni attacco esterno, sottolineando che il Paese “proteggerà la propria sovranità fino all’ultimo uomo”.
Sul fronte interno, la leader dell’opposizione María Corina Machado, fresca vincitrice del Premio Nobel per la Pace, ha definito il momento “l’inizio della libertà per il Venezuela”, mentre alcuni analisti ipotizzano che le pressioni internazionali possano indurre defezioni tra i vertici del regime, come accadde durante le crisi del 2014 e del 2019.
La Colombia e il rischio di estensione del conflitto
Le tensioni non si limitano ai rapporti tra Washington e Caracas. Anche la Colombia è ora coinvolta, dopo che il presidente Gustavo Petro ha criticato i raid americani, sostenendo che molti dei colpiti fossero pescatori civili. In risposta, Trump lo ha definito “il peggior presidente colombiano di sempre”, imponendo sanzioni personali contro Petro e il ministro degli Interni Armando Benedetti, accusandoli di non contrastare adeguatamente il traffico di droga.
La crisi rischia così di allargarsi, minacciando la stabilità di un’intera regione che già vive forti tensioni economiche e migratorie.
Lula tenta la via diplomatica
A stemperare la crisi prova il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che durante un incontro bilaterale in Malesia con Trump – originariamente dedicato a temi commerciali – ha offerto la mediazione del Brasile per favorire un dialogo tra Stati Uniti e Venezuela. “L’America Latina è una regione di pace”, ha dichiarato Lula, proponendosi come interlocutore “per trovare soluzioni condivise e rispettose delle sovranità nazionali”.
Nei giorni precedenti, il leader brasiliano aveva criticato la strategia militare americana, sostenendo che sarebbe “più utile collaborare con le autorità giudiziarie dei Paesi coinvolti piuttosto che dispiegare portaerei e caccia da combattimento”.
Una regione sull’orlo del baratro
Nonostante gli appelli alla diplomazia, il rischio di un’escalation militare nel Mar dei Caraibi appare sempre più concreto. Le mosse statunitensi, le reazioni di Caracas e le frizioni con la Colombia disegnano uno scenario potenzialmente esplosivo, in cui un singolo errore di calcolo potrebbe trascinare l’intera regione in una nuova fase di instabilità
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