di Guido Talarico

Nel contesto geopolitico attuale, la difesa europea non può più dipendere esclusivamente dalla protezione statunitense. Il rafforzamento dei sistemi di difesa nazionale e continentale deve diventare una priorità strutturale, non dettata unicamente dalle contingenze belliche. La corsa al riarmo, confermata dai dati economici e dal rally borsistico del settore, non è un segnale di aggressività, ma un imperativo per garantire stabilità, deterrenza e sicurezza duratura.
di Guido Talarico
Dopo decenni di relativa pace e sotto l’ombrello protettivo garantito dagli Stati Uniti, molti Paesi europei hanno progressivamente disinvestito nelle proprie capacità difensive, affidandosi a un ordine internazionale che oggi vacilla sotto i colpi delle crisi in Ucraina, nel Medio Oriente, e delle nuove emergenze globali.
Ma la Cultura della difesa non sembra ancora essere ben compresa da larga parte dell’opinione pubblica. In troppi la considerano ancora la risposta emergenziale ad una guerra. In realtà la Cultura della difesa è una forma mentis, un principio fondativo della stessa sovranità e sicurezza nazionale. Difendere i propri confini, le proprie istituzioni e i propri valori significa dotarsi di strumenti efficaci anche (e soprattutto) in tempo di pace. La deterrenza si costruisce nel lungo periodo, e solo un sistema di difesa credibile può rendere improbabile l’aggressione.
La novità di questo 2025 è che Europa, come non mai in precedenza, si trova ad un bivio. Da un lato, il progressivo disimpegno strategico degli Stati Uniti, sempre più concentrati su dinamiche interne e sullo scacchiere indo-pacifico. Dall’altro, l’evidenza che il rischio di conflitti convenzionali sul suolo europeo non appartiene più solo ai libri di storia. In questo contesto, è imperativo che l’Unione Europea assuma la responsabilità della propria sicurezza. La NATO resta un pilastro irrinunciabile, ma non può più essere considerata un’assicurazione esterna gratuita.
La svolta in corso era dunque inevitabile ed è oggi chiaramente testimoniata anche dai numeri: nel 2024, la spesa per appalti di materiali di difesa nell’UE è aumentata del 39%, raggiungendo gli 88 miliardi di euro. Un incremento che riflette appunto non solo l’urgenza del momento, ma anche una nuova consapevolezza politica. La Germania, ad esempio, ha varato un piano massiccio di rafforzamento della propria capacità difensiva, mentre l’Italia, con Leonardo, riafferma il proprio ruolo industriale nel comparto aerospaziale e della difesa. Leonardo e le due francesi Airbus e Thales per altro hanno appena varato il progetto Bromo, un’alleanza strategica per lo sviluppo di tecnologie spaziali.

Il mercato, dal canto suo, ha risposto con un rally deciso del settore. Aziende come Rheinmetall, che ha guidato il DAX con una performance di oltre il 180% da inizio anno grazie a commesse miliardarie, o come la stessa Leonardo, protagonista di incontri strategici internazionali, beneficiano dell’ondata di investimenti. Non si tratta solo di appalti per materiali bellici: cresce anche la domanda di tecnologie avanzate, infrastrutture digitali, cybersecurity e sistemi di difesa integrati. BAE Systems (UK), Thales (Francia) e Saab AB (Svezia) completano un quadro europeo in piena evoluzione. Anche un’azienda ad azionariato europeo (Italia, Francia, Uk) come MBDA sta producendo risultati di eccellenza.
A contribuire a questo clima di rinnovata attenzione verso il comparto difesa, anche l’ipotesi di escludere le spese militari dal calcolo del deficit nel Patto di Stabilità europeo. Un cambiamento non banale, che riflette la volontà politica di sostenere una transizione da una difesa marginale a una difesa strategica.
Ma la vera sfida non è soltanto economica: è culturale. Serve un cambiamento di paradigma nell’opinione pubblica, nella classe politica, nei centri decisionali. La cultura della difesa non è militarismo, non è nazionalismo bellico, e non è in contrasto con i valori democratici. Al contrario, è proprio in difesa della democrazia, della libertà e dell’Europa che occorre investire, oggi più che mai, in sistemi credibili, interoperabili e autonomi.

È tempo che i cittadini europei comprendano che la pace non è gratis, e che l’indipendenza strategica si costruisce con scelte lungimiranti. Oggi l’attenzione è concentrata su Kiev e su Gaza, ma la nostra sicurezza non può finire quando queste crisi saranno risolte. Le guerre finiscono, la geopolitica con le sue ripetute crisi no. E il futuro — piaccia o meno — sarà definito anche dalla nostra capacità di essere preparati.
In definitiva, un’Europa che vuole contare, che vuole proteggere i propri confini, le proprie economie e le proprie libertà, non può ignorare la centralità della difesa. Prepararsi non significa voler combattere, ma voler evitare il peggio. Perché, come insegna la storia, le guerre si vincono (o si evitano) molto prima che inizino, e solo chi è pronto alla guerra può davvero garantirsi la pace.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo La Cultura della Difesa: è l’arma più potente che l’Europa può impiegare per tutelare la pace e se stessa proviene da Associated Medias.

