di Redazione
La delibera slitta a dicembre per le riserve di Belgio e Ungheria. Al centro del dibattito, rischi legali, pressioni politiche e divisioni interne all’UE
Durante il Consiglio Europeo di giovedì 23 ottobre i capi di Stato e di governo dell’UE hanno affrontato nuovamente un tema cruciale: come continuare a sostenere l’Ucraina nella sua resistenza contro l’invasione russa. Al centro del dibattito, la proposta di finanziare un prestito da 140 miliardi di euro utilizzando i beni congelati alla Russia in seguito alle sanzioni varate nel 2022.
L’idea, su cui si discute da mesi, prevede di utilizzare le riserve estere della Banca centrale russa bloccate in Europa all’inizio del conflitto. Sebbene nel 2024 l’UE avesse già autorizzato l’uso dei soli interessi maturati su quei fondi, adesso si ragiona su un intervento più diretto e significativo.
Il nodo Belgio: timori per ritorsioni e responsabilità legali
Il principale ostacolo emerso giovedì è arrivato dal Belgio. I fondi russi congelati, per circa 190 miliardi di euro, sono gestiti da Euroclear, una delle principali infrastrutture finanziarie europee, con sede proprio a Bruxelles. Il primo ministro belga Bart De Wever, esponente nazionalista fiammingo, ha espresso forte preoccupazione per le conseguenze di un eventuale uso diretto di questi capitali.
«Se qualcosa andasse storto, il Belgio potrebbe trovarsi esposto a rischi legali e finanziari enormi», ha dichiarato De Wever, sottolineando l’assenza di garanzie adeguate da parte degli altri Paesi membri. Il timore principale è che Mosca possa adottare misure di ritorsione dirette contro il Belgio, ritenendolo responsabile in quanto Paese depositario.
Un’ipotesi condizionata alla fine della guerra
Secondo la proposta in discussione, l’Ucraina riceverebbe un prestito da 140 miliardi di euro, che sarebbe tenuta a restituire solo se e quando la Russia sarà obbligata a versare riparazioni per i danni provocati dal conflitto. In questo scenario, l’UE agirebbe come gestore dei fondi congelati, con Euroclear che trasferirebbe temporaneamente la loro amministrazione alle istituzioni europee.
Mosca ha già fatto sapere di considerare questa mossa un’espropriazione illegale e ha minacciato ritorsioni economiche e diplomatiche. Il contesto è ulteriormente complicato dalla riduzione degli aiuti militari ed economici statunitensi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, rendendo sempre più urgente per l’Europa trovare fonti alternative di finanziamento.
L’opposizione dell’Ungheria e il peso di Orbán
Oltre al Belgio, anche l’Ungheria ha preso le distanze dal piano. Sebbene non abbia votato contro, il governo di Viktor Orbán è stato l’unico a non approvare ufficialmente le conclusioni del Consiglio sull’Ucraina, mantenendo una posizione ambigua. Il premier ungherese, da tempo critico nei confronti delle sanzioni alla Russia, continua a mantenere legami politici con Vladimir Putin e si è opposto a diverse misure europee a sostegno di Kyiv.
La posizione di Orbán complica ulteriormente il processo decisionale, in un momento in cui l’unità europea è fondamentale per affrontare la fase più delicata del conflitto.
Un prestito da definire: armi, aiuti o bilancio?
Anche nel caso in cui a dicembre si raggiungesse un accordo, restano aperte diverse questioni. Una delle principali riguarda la destinazione dei fondi: serviranno esclusivamente per armamenti e forniture militari, oppure potranno essere utilizzati anche per sostenere il bilancio pubblico ucraino, che è sotto forte pressione?
Il dibattito rimane acceso e riflette le tensioni tra Stati membri più interventisti e quelli più cauti, preoccupati da implicazioni legali e geopolitiche. Intanto, l’Ucraina continua a chiedere aiuti per mantenere in piedi le sue istituzioni e proseguire la resistenza.
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