di Carlo Longo
I leader europei evitano l’accordo sull’uso dei proventi dei beni russi bloccati e incaricano la Commissione di presentare nuove proposte. Il Belgio frena, mentre Kiev attende risposte per affrontare un deficit record
Il Consiglio europeo si è chiuso con un’intesa politica debole e rinvii sostanziali sulla questione più delicata: l’utilizzo degli asset finanziari russi congelati per sostenere l’Ucraina. I capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri hanno conferito alla Commissione europea un mandato ridimensionato, chiedendo «opzioni di sostegno finanziario basate su una valutazione delle esigenze» di Kiev. Nessun impegno concreto, quindi, sull’impiego dei profitti generati dagli asset bloccati.
Le conclusioni del vertice, corrette all’ultimo minuto per superare le resistenze del Belgio, non contengono riferimenti diretti ai flussi di cassa derivanti dai patrimoni congelati. Si limitano a ribadire che «fatto salvo il diritto dell’UE, i beni della Russia dovrebbero rimanere immobilizzati finché Mosca non cesserà la sua guerra di aggressione e non risarcirà l’Ucraina per i danni causati».
L’intento politico, in ogni caso, resta quello di rafforzare il sostegno a Kyiv, anche se le modalità restano da definire. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha assicurato che «l’Ucraina disporrà delle risorse finanziarie necessarie per difendersi», ma al momento la strada per trovare un accordo condiviso è ancora lunga.
La resistenza del Belgio
A frenare è soprattutto il Belgio, dove ha sede Euroclear, il principale depositario dei beni russi congelati, che ammontano a circa 180 miliardi di euro. Il premier belga Bart De Wever ha chiesto garanzie giuridiche solide e una mutualizzazione integrale dei rischi: in altre parole, che eventuali conseguenze legali vengano condivise da tutti i Paesi membri. Senza queste assicurazioni, Bruxelles si oppone all’utilizzo diretto dei fondi.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito il confronto “proficuo”, ma ha voluto sottolineare che «ogni proposta futura rispetterà il diritto europeo e internazionale». Le opzioni verranno discusse nel prossimo vertice del Consiglio europeo, previsto per il 18 e 19 dicembre.
Il pressing di Zelensky
Presente a Bruxelles, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha insistito affinché l’Unione europea acceleri sul dossier. «Sbloccare i fondi russi congelati porterebbe benefici sia all’Ucraina sia all’Europa», ha affermato, proponendo un piano di spesa in tre fasi: supporto diretto allo sforzo bellico ucraino, rafforzamento dell’industria militare europea e acquisto di armi statunitensi, considerate essenziali per la difesa aerea contro i missili russi.
Kiev continua a puntare su quei fondi per coprire un deficit di bilancio per il 2026 pari al 18,4% del PIL, circa 34 miliardi di euro. «Senza aiuti esterni – ha ammesso Zelensky – non possiamo garantire stipendi, pensioni né sostenere le spese militari.»
Un futuro ancora incerto
Il dibattito resta aperto. Mentre la Russia, tramite il ministero degli Esteri, ha già avvertito che «non pagherà alcuna riparazione» e che la responsabilità delle “confische” ricadrà sui Paesi europei, le cancellerie dell’UE si muovono con cautela. La Commissione è ora incaricata di trovare una soluzione che sia politicamente sostenibile, economicamente efficace e legalmente inattaccabile.
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