di Martina Esposito
In Bolivia finisce l’era Mas. Con il 54,5% dei voti, Paz Pereira promette una fase di riconciliazione e riforme
Rodrigo Paz Pereira è il nuovo presidente della Bolivia. Con il 54,5 per cento dei voti ottenuti al secondo turno delle elezioni presidenziali tenutesi domenica 19 ottobre, ha prevalso su Jorge Quiroga, politico conservatore ed ex presidente tra il 2001 e il 2002. La vittoria di Paz, economista 58enne e senatore dal 2020, rappresenta un momento storico: è la prima volta dal 2006 che il paese non sarà guidato dal Movimiento al Socialismo (Mas), il partito di sinistra fondato da Evo Morales.
Paz ha costruito la sua campagna su un messaggio di riconciliazione e di superamento delle divisioni politiche. «Va difesa la democrazia», ha dichiarato nel suo primo intervento dopo la vittoria. «I boliviani non possono più vivere nell’odio e nella divisione. Il nostro paese deve aprirsi al mondo e ritrovare un ruolo sulla scena internazionale». Ha sintetizzato la sua visione in tre parole: «Dio, patria e famiglia».
Candidato del Partito Democratico Cristiano (PDC), Rodrigo Paz è riuscito a unire due elettorati molto diversi: i delusi del Mas e i conservatori alla ricerca di una leadership più moderata. Questo ampio consenso è stato favorito anche dalla figura del suo vicepresidente Edman Lara Montaño, ex poliziotto noto come “capitán Lara”, diventato celebre sui social per le sue denunce contro la corruzione nelle forze dell’ordine. Lara ha contribuito a dare alla campagna un’immagine di rottura rispetto alla politica tradizionale: «È tempo di fratellanza e riconciliazione; siamo tutti boliviani», ha detto dopo i risultati.
Rodrigo Paz proviene da una famiglia profondamente radicata nella politica boliviana: suo padre, Jaime Paz Zamora, è stato presidente tra gli anni Ottanta e Novanta. Nato in Spagna durante l’esilio dei genitori sotto la dittatura di Hugo Bánzer Suárez, è tornato in Bolivia a 15 anni e ha completato i suoi studi negli Stati Uniti. La sua ascesa politica è avvenuta con gradualità, passando da consigliere comunale a deputato, poi sindaco e infine senatore.
La vittoria in una fase complessa
La nuova presidenza si apre in un momento estremamente difficile per il paese. La Bolivia affronta la peggior crisi economica degli ultimi decenni, aggravata dalla caduta delle esportazioni di gas naturale, principale fonte di valuta estera. L’impossibilità di ottenere dollari ha reso difficile l’importazione di beni essenziali come il carburante, con conseguenze drammatiche per la popolazione: lunghe file alle stazioni di servizio e prezzi inaccessibili sono ormai la norma.
Entrambi i candidati al ballottaggio avevano promesso misure di austerità e una maggiore apertura al mercato. Mentre Quiroga aveva proposto un prestito al Fondo Monetario Internazionale, Rodrigo Paz ha escluso questa opzione, sostenendo di poter recuperare valuta forte grazie a un aumento della fiducia nelle istituzioni e alla legalizzazione dell’economia sommersa. Secondo Paz, molti boliviani conservano dollari fuori dal circuito ufficiale: «Se lo Stato tornerà ad essere credibile e trasparente», ha detto, «la gente inizierà a investire e spendere di nuovo».
Il suo piano economico, battezzato “capitalismo per tutti”, prevede l’accesso facilitato al credito, agevolazioni fiscali per chi entra nell’economia formale e incentivi all’importazione di beni non prodotti localmente. Una strategia che punta a stimolare l’iniziativa privata senza rinunciare alla coesione sociale.
Il crollo elettorale del Mas ha radici sia economiche sia politiche. Oltre alla crisi del gas e alla conseguente perdita di consenso popolare, ha pesato fortemente lo scontro interno tra l’ex presidente Evo Morales e l’uscente Luis Arce, entrambi espressione dello stesso partito ma ormai rivali. La frattura ha indebolito il Mas, lasciando spazio a candidati come Paz, capaci di presentarsi come alternativa credibile e moderata.
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