di Velia Iacovino
La storia insegna che le derive autoritarie nascono dal silenzio dei prudenti e dalla rassegnazione dei cittadini.La democrazia si difende a voce alta

“In Italia oggi c’è un governo di centrodestra che propone tagli alla spesa pubblica e interventi limitati in settori come sanità e scuola, e che ha fermato il percorso verso un salario minimo. Spesso la comunicazione politica accentua divisioni e tensioni. La settimana scorsa a Firenze, Meloni ha parlato in termini molto duri dell’opposizione. La democrazia e le libertà richiedono attenzione e partecipazione attiva, anche quando il dibattito politico si fa aspro”. Lo ha detto ad Amsterdam, durante la convention del Partito Socialista Europeo (PSE), Elly Schlein che ha tracciato un quadro critico della situazione politica in Italia.
Le sue parole non sono solo una denuncia, ma un richiamo all’azione dell’opposizione. Che sia finito per il Pd il tempo dell’attesa e che sia cominciato quello della consapevolezza, delle affermazioni chiare e coerenti, in grado di coinvolgere la società civile? La democrazia non si difende con i compromessi tattici: si difende con la voce alta, con la coerenza, con la forza delle idee, con il coraggio. Chi conosce la storia di questo Paese sa che i pericoli più gravi non arrivano mai all’improvviso. La crisi dello Stato liberale che aprì la strada al fascismo non nacque da un colpo di mano, ma da una lunga abitudine alla rassegnazione. Si accettarono, poco a poco, le leggi speciali, le violenze squadriste, la censura, la delegittimazione del Parlamento. Tutto avvenne sotto gli occhi di un’opposizione divisa, esitante, incapace di trovare un linguaggio comune.
Molti pensavano che “le istituzioni avrebbero tenuto”, che “il Paese era sano”, che “il pericolo era esagerato”. Eppure, passo dopo passo, la democrazia si spense. Il fascismo non conquistò il potere contro la legge: lo ottenne dentro la legge, piegandola a sé. Fu l’indifferenza di molti e la debolezza di chi avrebbe dovuto opporsi a consegnare l’Italia al regime. Oggi nessuno può dire che la storia si ripete identica. Ma alcune dinamiche devono destare allarme: il potere esecutivo che cerca di svuotare i contrappesi, la tentazione di ridurre il dissenso a fastidio, la personalizzazione estrema della politica, la disinformazione sistematica. E soprattutto, un’opposizione timida, che rischia di apparire più preoccupata di non dividere che di unire attorno a un progetto alternativo. Schlein ha di fronte una scelta che segnerà la sua leadership: o imprimere una svolta vera, coraggiosa, capace di scuotere l’opinione pubblica, o accontentarsi di una testimonianza nobile ma irrilevante. Il Partito Democratico, e con esso l’intero campo progressista, deve tornare a parlare la lingua della passione civile, non quella del tecnicismo burocratico. Deve scendere nelle piazze, tornare nelle periferie, riallacciare il dialogo con il mondo del lavoro e con i giovani che non votano più. Quando Piero Gobetti, nel 1924, denunciava la “rivoluzione passiva” che stava trasformando l’Italia in una democrazia apparente, parlava proprio di questo: del pericolo di un popolo che si abitua alla sottomissione, che non reagisce più. È quel sonno civile che oggi va spezzato.
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L’articolo Da Amsterdan Schlein dà la sveglia all’opposizione. Un nuovo tempo per i Dem? proviene da Associated Medias.

