di Redazione

Su Formiche.net, il presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del master in Intelligence dell’Università della Calabria, racconta la storia dei nostri servjzi e ne tratteggia lo scenario futuro

 L’intelligence italiana ha compiuto 100 anni. Il 15 ottobre si è celebrato il’anniversario della nascita del Servizio Informazioni Militari (SIM), istituito con Regio decreto nel 1925. Una data che offre l’occasione per riflettere su un secolo di attività spesso riservate, talvolta controverse, ma decisive nella costruzione dello Stato moderno e nella difesa delle istituzioni democratiche. Su Formiche.net, Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del master in Intelligence dell’Università della Calabria, ha offerto una riflessione di grande respiro che intreccia memoria, analisi e prospettiva, tracciando una visione dell’intelligence come disciplina decisiva per comprendere il mondo contemporaneo.

Un secolo di metamorfosi

Caligiuri ricorda che il Sim, pur formalmente istituito nel 1925, raccoglieva un’eredità ben più antica: «Si sarebbero potuti festeggiare anche i 165 anni dell’intelligence italiana», osserva, ricordando come già lo Statuto Albertino e il processo di unificazione del Paese comprendessero attività di raccolta informativa e di sicurezza, in un’epoca in cui l’intelligence aveva ancora una natura esclusivamente militare. Dai servizi segreti piemontesi del Risorgimento alle reti clandestine della Grande Guerra, fino alla riorganizzazione postbellica del 1949, l’intelligence italiana ha seguito le trasformazioni dello Stato. Dopo la sospensione del SIM nel 1945 e la nascita del Servizio Informazioni Difesa (SID) nel 1966, le prime leggi organiche del 1977 e del 2007 hanno segnato la progressiva istituzionalizzazione dei Servizi, definendo rapporti con la magistratura, limiti del segreto di Stato e controllo parlamentare. «Oggi – scrive Caligiuri su Formiche – parlare di intelligence non produce più reazioni negative. È sempre più percepita come uno strumento della democrazia, piuttosto che come un luogo oscuro dello Stato». Una frase che sintetizza il lungo cammino di maturazione culturale di un settore un tempo relegato alla diffidenza e oggi invece riconosciuto come parte essenziale dell’architettura repubblicana.

L’intelligence come conoscenza strategica

La vera evoluzione, però, non è solo normativa o organizzativa. Caligiuri individua nell’intelligence la più alta forma di conoscenza strategica applicata alla complessità. In un’epoca in cui l’informazione è potere e la manipolazione dei dati può decidere il destino delle democrazie, il lavoro dei Servizi non si limita più alla sicurezza militare o al contrasto del terrorismo, ma riguarda la difesa cognitiva della società. Il Rapporto Italia 2025 dell’Eurispes registra un dato eloquente: il 67,2% degli italiani dichiara di avere fiducia nelle agenzie di intelligence, un aumento di oltre quattro punti percentuali rispetto all’anno precedente. È un segnale della crescente consapevolezza del ruolo che questi organismi svolgono per la sicurezza collettiva. La dimensione pubblica dell’intelligence si è ampliata anche grazie a una maggiore apertura verso il mondo universitario e scientifico: accordi con gli atenei, progetti di ricerca, programmi di formazione specialistica e pubblicazioni come la rivista Gnosis hanno contribuito a creare un ecosistema della conoscenza strategica.

Le nuove frontiere della sicurezza

Secondo Caligiuri, la sfida che si apre nel XXI secolo è quella di un’intelligence capace di anticipare le trasformazioni globali. Le minacce tradizionali lasciano il posto a rischi nuovi e pervasivi: la guerra cibernetica, la disinformazione digitale, l’intelligenza artificiale generativa, la guerra meteorologica e le tensioni legate alle megalopoli e alle disuguaglianze sociali. Caligiuri individua una serie di priorità emergenti:

– la difesa dello Stato dal potere delle multinazionali finanziarie e dai nuovi centri sovranazionali di influenza;

– il controllo delle megalopoli come luoghi potenziali di instabilità;

– la prevenzione del disagio sociale come fattore di rischio per la democrazia;

– la tutela della mente dei cittadini nella guerra dell’informazione;

– l’attenzione ai nuovi spazi della competizione geopolitica, come lo spazio extra-atmosferico e i fondali oceanici, ormai decisivi per l’energia, la comunicazione e la sicurezza alimentare.

L’intelligence, dunque, non è più un sistema chiuso, ma un laboratorio di pensiero integrato tra scienza, politica e tecnologia. «L’intelligence – osserva Caligiuri  – deve consentire ancora il predominio dell’umano, esaltando logica, razionalità e pensiero. È una grande sfida che richiede un modo nuovo di pensare».

Una cultura per la democrazia

Uno dei punti centrali dell’analisi di Caligiuri riguarda la cultura dell’intelligence. La conoscenza, afferma, non può rimanere patrimonio esclusivo degli apparati, ma deve diffondersi nelle scuole, nelle università, nelle imprese e nella pubblica amministrazione. Solo una società consapevole della dimensione informativa del potere può difendersi dalla manipolazione e dal caos comunicativo. In questa prospettiva, la cooperazione tra pubblico e privato diventa indispensabile, ma deve fondarsi su un principio di sovranità della competenza: i Servizi non possono delegare la loro missione a società di consulenza esterne, pena la perdita del controllo strategico nazionale.

Verso il secolo dell’intelligence

La riflessione di Caligiuri si chiude con un orizzonte di senso che travalica la contingenza: la vera sfida è quella di mantenere la centralità dell’essere umano in un mondo dominato da algoritmi e intelligenze artificiali. L’intelligence, intesa come punto di convergenza della conoscenza, può essere lo strumento per preservare il pensiero critico, la razionalità, la libertà. «Il XXI secolo – conclude Caligiuri – sarà quello dell’intelligence». Non un auspicio retorico, ma una diagnosi precisa: in un mondo in cui la conoscenza è potere, la sopravvivenza stessa delle democrazie dipende dalla capacità di pensare in modo strategico, di interpretare i segnali deboli, di comprendere prima di reagire. Nel centenario del SIM, questa riflessione restituisce alla parola “intelligence” il suo significato originario: intelligenza come capacità di leggere il reale, di trasformare l’informazione in comprensione, la conoscenza in libertà.

 

 

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