di Emilia Morelli

Il segretario della Cgil Maurizio Landini definisce Giorgia Meloni “cortigiana di Trump”. La premier replica e la polemica esplode sul linguaggio sessista

meloni landiniÈ bastata una parola per scatenare una bufera politica.
Durante una puntata del talk show Di Martedì, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha definito la premier Giorgia Meloni “una cortigiana di Trump”, scatenando l’immediata reazione del mondo politico.

Il termine, percepito da molti come sessista e offensivo, è stato pronunciato nel corso di un acceso confronto televisivo sulle relazioni internazionali del governo italiano e sul ruolo dei sindacati.

Meloni replica sui social: “Quando la sinistra non ha argomenti, insulta le donne”

La presidente del Consiglio non ha lasciato passare l’episodio sotto silenzio.
Dalle stanze di Palazzo Chigi, dove era impegnata nella chiusura della manovra, Meloni ha risposto pubblicando sui social la definizione del termine “cortigiana” tratta dal dizionario. Nella sua accezione figurata, infatti, la parola è associata anche al significato di “prostituta”.

La premier ha accusato Landini di aver utilizzato un linguaggio carico di rancore:

“Quando la sinistra non ha argomenti, per criticare una donna arriva a darle della prostituta.”

Il post ha rapidamente fatto il giro del web, alimentando un dibattito acceso tra politici, giornalisti e utenti.

Landini: “Un giudizio politico, non un’offesa sessista”

Di fronte alla valanga di critiche, Landini ha cercato di chiarire le proprie parole, parlando di “giudizio politico” e non di un insulto personale.
Il leader sindacale ha spiegato che intendeva dire “stare alla corte di Trump” o “essere la portaborse di Trump”, e che il termine è stato scelto in modo inappropriato ma senza alcuna volontà offensiva.

Nonostante le precisazioni, il segretario della Cgil non ha presentato scuse ufficiali, scelta che ha contribuito a mantenere alto il livello della polemica.

Il contesto: le critiche di Landini al governo

L’episodio è avvenuto il giorno dopo la firma degli accordi di pace di Sharm el-Sheikh per la crisi di Gaza.
Durante la trasmissione, erano state trasmesse alcune clip in cui Meloni criticava il sindacato per lo sciopero generale, accusandolo di essere “inutile per i lavoratori italiani”.

Landini, nel replicare, ha accusato la premier di non aver difeso “l’onore dell’Italia” sulla scena internazionale, aggiungendo la frase poi divenuta virale:

“Meloni si è limitata a fare la cortigiana di Trump e non ha mosso un dito.”

Le parole del conduttore Giovanni Floris, che ha subito fatto notare la connotazione sessista del termine, non sono bastate a spegnere la miccia.

Reazioni bipartisan: “Linguaggio volgare e inaccettabile”

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere.
Il vicepremier Antonio Tajani ha definito quelle di Landini “parole volgari e sessiste che rivelano l’incapacità di certi uomini di riconoscere la piena parità delle donne”.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha invece sottolineato come il segretario Cgil “confonda la libertà di espressione con la libertà di insulto”.
Anche la sottosegretaria Wanda Ferro ha parlato di “parole da osteria che offendono la storia stessa del sindacato”.

Dal centrosinistra, invece, è arrivato un silenzio imbarazzato.
La segretaria del Pd, Elly Schlein, pur interpellata al termine di un convegno al Senato su “Donne, diritti e violenza maschile”, ha evitato di commentare direttamente la vicenda.

Anche Carlo Calenda ha invitato Landini a “cambiare registro” e a tornare a occuparsi di temi concreti come Stellantis, Ilva e il caro bollette:

“Non è con gli insulti che la sinistra batterà la destra.”

Il significato politico di una parola

La vicenda va oltre l’incidente linguistico: è il simbolo di un clima politico sempre più polarizzato, dove le parole diventano armi e il dibattito pubblico si trasforma in scontro personale.

Landini, da una parte, difende la libertà di critica politica; Meloni, dall’altra, rivendica il rispetto dovuto al ruolo istituzionale e al genere.
Un caso che, ancora una volta, mostra come il linguaggio politico italiano resti prigioniero di vecchi stereotipi e nuovi rancori.

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