di Ennio Bassi

Aumenti di prezzo, razionamenti e lunghe code ai distributori: così i droni di Kiev stanno colpendo il cuore energetico del Paese. Trump ora parla di una «Russia fragile»

UCRAINAGli attacchi ucraini con droni contro le raffinerie russe stanno diventando un problema sempre più grave per Mosca. Il presidente Vladimir Putin ha prorogato i sussidi statali per incentivare la vendita di carburante sul mercato interno, tentando di contenere gli effetti delle incursioni, che da fine estate si sono intensificate in modo significativo.

I raid hanno avuto conseguenze concrete: i prezzi del carburante sono aumentati fino al 40%, si sono verificate carenze diffuse e lunghe code ai distributori in diverse regioni del Paese, dalla Crimea occupata alla Siberia. A Luhansk, nel Donbas sotto controllo russo, molte pompe risultano ancora fuori servizio.

Una strategia sistematica

Dall’inizio di agosto, l’esercito ucraino ha colpito almeno 16 delle 38 principali raffinerie russe. In tutto il 2025, sono stati presi di mira almeno 21 impianti. La campagna ha una doppia finalità: da un lato colpire le forniture dell’esercito russo, dall’altro creare disagi interni alla popolazione, portando la guerra nel quotidiano dei cittadini.

Gli attacchi non si limitano più alle zone di confine: i droni ucraini raggiungono obiettivi a oltre 1.500 chilometri dal fronte, grazie a una maggiore autonomia e carico esplosivo. L’obiettivo – ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – è provocare “sanzioni coi droni”, più rapide ed efficaci delle misure occidentali.

Crisi del carburante e malcontento interno

Secondo The Economist, la Russia sta vivendo una vera e propria crisi del carburante. In molte regioni il rifornimento è razionato e metà delle pompe in Crimea sono rimaste a secco a fine settembre.

Gli attacchi, sommati alla lentezza nella riparazione degli impianti, hanno causato una riduzione tra il 20% e il 30% della capacità produttiva in certi periodi.

Singolarmente, i raid non fanno notizia, ma nel complesso erodono il consenso interno e rendono più vulnerabile il sistema. Nonostante ciò, le principali fonti di finanziamento del Cremlino – petrolio greggio e gas naturale – restano intatte.

Contromisure russe e difficoltà economiche

Per contrastare la situazione, Mosca ha vietato l’esportazione di benzina e ridotto quella di gasolio. Le misure si affiancano all’aumento dell’IVA dal 20% al 22% previsto per gennaio 2026, destinato a finanziare le spese militari.

Queste reazioni confermano l’efficacia della strategia ucraina, che questa volta ha ottenuto anche il sostegno implicito degli Stati Uniti. Secondo il Financial Times, l’intelligence americana avrebbe fornito supporto alla pianificazione degli attacchi, a differenza del 2024, quando Washington aveva chiesto a Kiev di fermarsi.

Trump cambia linea e attacca Mosca

Anche il presidente Donald Trump, all’inizio del suo secondo mandato, aveva cercato di spingere per un cessate il fuoco, almeno sugli obiettivi energetici. Ma dopo l’incontro con Putin in Alaska ad agosto, ha cambiato tono.

A fine settembre, su Truth, ha definito la Russia una “tigre di carta”, segnalando che “fare benzina in Russia è diventato quasi impossibile”. Per la prima volta, ha anche lasciato intendere che l’Ucraina possa vincere la guerra, riconquistando tutti i territori occupati, anche se non ha specificato quali.

L’effetto a catena degli attacchi ucraini alle raffinerie si sta facendo sentire sempre di più non solo sul piano militare, ma soprattutto su quello economico e sociale. E questo, in una guerra di logoramento, potrebbe essere decisivo.

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