di Ennio Bassi

Fonti israeliane parlano di un’intesa possibile già entro il weekend. Il confronto si intensifica con l’arrivo di figure di alto profilo

Nel secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre 2023, i colloqui sul futuro della Striscia di Gaza proseguono con intensità a Sharm El-Sheikh. Nonostante il peso simbolico della data, i mediatori internazionali parlano di un “clima positivo” e di passi avanti significativi. La Freedom Flotilla intercettata pochi giorni fa e l’ennesima tensione sul terreno non hanno interrotto le discussioni, che ora si concentrano su un possibile accordo per il rilascio degli ostaggi e una roadmap per la gestione postbellica di Gaza.

Trump rivendica progressi: “Hamas e Netanyahu collaborativi”

Donald Trump, tornato protagonista sul dossier mediorientale, ha dichiarato che “Hamas ha accettato cose molto importanti” e che anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha mostrato un atteggiamento “molto positivo”. Il tycoon, promotore di un piano in 20 punti per chiudere il conflitto iniziato nel 2023, ha ribadito che “tutte le parti spingono per un accordo”, assicurando che, in caso di intesa, si impegnerà affinché tutti gli attori coinvolti ne rispettino i termini. A fargli eco, un portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, tra i principali mediatori, ha confermato che il momento è favorevole: “Esiste una reale possibilità di pace”.

Verso un’intesa sul cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi

Dalle prime indiscrezioni, Hamas avrebbe accettato una delle richieste cruciali degli Stati Uniti: la consegna delle armi a un comitato congiunto egiziano-palestinese. Resta però il rifiuto netto all’ipotesi di un’amministrazione internazionale guidata dall’ex premier britannico Tony Blair, figura invisa in molte capitali arabe per il suo passato sostegno alla guerra in Iraq. Per la gestione futura della Striscia, Hamas immagina una transizione negoziata direttamente con l’Autorità Nazionale Palestinese, in parallelo al dialogo con Israele.

Sul fronte degli ostaggi, la proposta prevede un cessate il fuoco immediato per facilitarne il recupero, con il rilascio dei prigionieri entro una settimana. Israele, dal canto suo, insiste per il ritiro progressivo dell’IDF, mantenendo il controllo di alcune aree cuscinetto, mentre Hamas spinge per un ritiro totale subito dopo il rilascio dei rapiti. Resta invece incerto il destino di alcuni detenuti palestinesi di spicco, come Marwan Barghouti, la cui scarcerazione è ritenuta inaccettabile da Tel Aviv.

Witkoff, Dermer, Kushner e Kalin: entrano in campo i pezzi da novanta

Mentre i primi due round di trattative si sono svolti a livello tecnico, le prossime ore vedranno il coinvolgimento diretto di figure di primo piano. Sul fronte statunitense, entrerà in scena Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca, affiancato da Jared Kushner, genero di Trump e figura chiave nei rapporti con il mondo arabo. Per Israele sarà presente Ron Dermer, consigliere di fiducia del premier Netanyahu e principale negoziatore. Il Qatar schiererà il primo ministro Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, mentre dalla Turchia è atteso Ibrahim Kalin, a capo dei servizi segreti di Ankara.

Anche l’Egitto, che ospita i colloqui, continuerà a giocare un ruolo centrale nella mediazione. Secondo fonti vicine al dossier, Witkoff e Kushner resteranno a Sharm solo pochi giorni: un segnale che un’intesa potrebbe essere firmata già entro il weekend, aprendo la strada al rilascio degli ostaggi all’inizio della prossima settimana. Secondo Channel 12, Israele si sta già preparando alla fase logistica del rilascio. La richiesta sarà quella di ricevere tutti gli ostaggi in vita nell’arco di un giorno, seguiti dai corpi di eventuali vittime. Se le parti non troveranno un’intesa completa, Washington potrebbe mettere sul tavolo una proposta definitiva in stile “prendere o lasciare”.

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