di Martina Esposito
La crisi politica si aggrava dopo il ritorno di Bruno Le Maire al nuovo esecutivo, nominato appena domenica sera. La scelta ha spaccato la fragile alleanza tra macronisti e Républicains
Sébastien Lecornu ha rassegnato le dimissioni da primo ministro lunedì mattina, poche ore prima del previsto discorso di politica generale che avrebbe dovuto pronunciare di fronte all’Assemblée nationale. Un passo indietro che sancisce il fallimento definitivo del tentativo di formare un governo stabile dopo la crisi apertasi a settembre con la bocciatura del precedente esecutivo guidato da François Bayrou.
Il governo Lecornu, annunciato appena domenica sera, si era presentato fin da subito con un profilo debole e fortemente contestato. Pur presentandosi come una nuova fase politica, l’esecutivo ricalcava quasi interamente la composizione del precedente, già respinto dal Parlamento. La novità più eclatante era stata il ritorno a sorpresa di Bruno Le Maire, storico ex ministro delle Finanze, nominato ora alla Difesa. Una scelta che ha generato immediate fratture politiche e alimentato un clima di tensione crescente.
Il ritorno di Le Maire fa saltare la fragile alleanza
I Républicains, chiamati a sostenere il nuovo esecutivo nonostante l’assenza di una maggioranza parlamentare, hanno reagito ponendo un ultimatum chiaro: «O se ne va Le Maire, o ce ne andiamo noi». Il malcontento per Le Maire è sia di natura politica — per il suo abbandono del partito nel 2017 in favore di Macron — sia legato al suo passato da ministro delle Finanze, considerato corresponsabile dell’impennata del debito pubblico, che ha superato i 3.500 miliardi di euro, con mille miliardi accumulati durante il suo mandato.
Le reazioni al nuovo governo erano state unanimi nel condannarne la continuità e l’apparente disprezzo per le richieste di cambiamento. Boris Vallaud, capogruppo socialista, aveva definito l’operazione «un gioco pericoloso dei macronisti, che rifiutano ogni compromesso mentre il Paese sprofonda nel caos». Pierre Jouvet, segretario socialista, aveva parlato di «fine del macronismo», annunciando una mozione di censura imminente. Duro anche il giudizio del Rassemblement National: «La scelta di riproporre Le Maire è patetica», aveva dichiarato Marine Le Pen.
Critiche feroci erano giunte da tutto l’arco parlamentare. Éric Ciotti, ex Républicain ora vicino al Rassemblement National, aveva parlato di «provocazione» verso i francesi, mentre Fabien Roussel (PCF) denunciava il ritorno «dei ministri più odiati del primo quinquennato Macron». Jean-Luc Mélenchon (LFI) aveva liquidato il governo come «un corteo di sopravvissuti», mentre la leader ecologista Marine Tondelier parlava di «premio all’incompetenza» e di «disprezzo per la democrazia».
Macron resta senza premier
Il calendario parlamentare, che prevedeva per lunedì alle 16 il primo consiglio dei ministri con Emmanuel Macron e per martedì il discorso di Lecornu seguito dal voto di fiducia e dalle mozioni di censura, viene ora stravolto dalle dimissioni. Un’uscita di scena improvvisa che apre un nuovo capitolo di incertezza politica per la Francia.
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