di Corinna Pindaro
Il prezzo dell’oro vola ai massimi storici, spinto dai tagli ai tassi della Fed, dal calo di fiducia nei Treasury e dalla forte domanda di investitori e banche centrali
A meno di un anno dall’insediamento di Donald Trump, le previsioni si stanno avverando: l’oro ha superato quota 3.800 dollari l’oncia, registrando un balzo di quasi il 50% da inizio anno. Le grandi banche d’affari americane – da JP Morgan a Goldman Sachs – scommettono che entro il 2026 il metallo giallo potrebbe raggiungere e oltrepassare i 4.000 dollari. Alcuni analisti ipotizzano addirittura un traguardo vicino ai 5.000 dollari.
La spinta dei tagli ai tassi della Fed
Uno dei principali motori del rally è la politica monetaria americana. La Federal Reserve ha avviato un ciclo di riduzioni del costo del denaro, preferendo sostenere l’occupazione piuttosto che contenere un’inflazione superiore al 2%. Storicamente, l’oro tende a rafforzarsi quando i tassi scendono e l’inflazione rimane elevata.
Secondo Bank of America, dal 2001 a oggi il metallo prezioso ha guadagnato in media il 13% annuo in contesti simili. JP Morgan ricorda che, negli ultimi 35 anni, l’oro e gli altri metalli preziosi hanno sempre registrato rendimenti positivi nei mesi successivi a un taglio iniziale dei tassi, con una sola eccezione nel 1998.
Lo scenario attuale si avvicina a quello della stagflazione: inflazione alta, crescita debole e aumento del rischio di disoccupazione, un contesto che storicamente favorisce il metallo giallo.
Il calo di appeal dei Treasury e la corsa delle banche centrali
Un altro fattore cruciale è la perdita di fiducia nei Treasury americani e, in parte, nel dollaro. L’esplosione del debito pubblico e l’incertezza politica hanno spinto molti investitori istituzionali a diversificare le riserve in oro.
Le banche centrali, in particolare, hanno rafforzato le proprie posizioni. Nel solo secondo trimestre 2025 hanno acquistato oltre 166 tonnellate di oro, un dato in calo rispetto agli anni precedenti ma comunque molto alto rispetto alla media storica. JP Morgan stima che tra il 2025 e il 2026 gli acquisti complessivi si muoveranno tra le 700 e le 800 tonnellate.
Goldman Sachs sottolinea il ruolo della Cina, che oggi detiene solo l’8% delle sue riserve in oro contro il 70% degli Stati Uniti e dell’Europa. Se Pechino decidesse di portarsi verso una media globale del 20%, l’impatto sui prezzi sarebbe enorme.
La domanda degli investitori e il boom degli ETF
A sostenere le quotazioni non ci sono solo le banche centrali. Anche gli investitori privati stanno aumentando l’esposizione all’oro. Gli ETF specializzati hanno toccato un valore record di 112,5 miliardi di dollari a fine settembre, segnando il maggiore afflusso di capitali degli ultimi mesi.
Considerando che il mercato dell’oro vale circa 9.400 miliardi di dollari, pari al 4% degli investimenti globali, c’è ancora ampio margine di crescita. JP Morgan calcola che un incremento trimestrale di soli 10 miliardi di dollari nella domanda di oro potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi del 3%.
Oro oltre i 4.000 dollari: scenario sempre più vicino
La combinazione di tagli ai tassi, acquisti delle banche centrali e forte domanda degli investitori crea una tempesta perfetta per le quotazioni del metallo prezioso. Non sorprende, quindi, che gli analisti considerino ormai realistico non solo il superamento dei 4.000 dollari l’oncia, ma anche l’avvicinamento alla soglia dei 5.000 nei prossimi anni.
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