di Mario Tosetti
Donald Trump presenta a Washington il piano di pace per Gaza: tregua immediata, disarmo di Hamas e ricostruzione della Striscia. Netanyahu frena, Hamas non ha ancora detto sì
«È un grande giorno per il Medio Oriente», ha dichiarato Donald Trump alla Casa Bianca al fianco del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente

americano ha presentato i punti principali del piano di cessate il fuoco e di ricostruzione della Striscia di Gaza, definendolo l’inizio di una possibile “pace eterna”.
L’accordo, già accettato da Israele e da diversi Paesi arabi, è ora nelle mani di Hamas, chiamata a pronunciarsi sulla proposta. Trump ha ribadito che, in caso di rifiuto, Israele avrà «mano libera» per riprendere le operazioni militari.
I punti centrali del piano di pace
Secondo quanto anticipato, l’intesa prevede la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani entro 72 ore, compresi i 32 che si ritiene siano già deceduti. In cambio, Israele dovrà avviare un ritiro graduale dell’Idf da Gaza.
La Striscia sarà completamente smilitarizzata, con lo smantellamento dei tunnel e il disarmo di Hamas. La governance provvisoria sarà affidata a un organismo internazionale, il “Board of Peace”, guidato direttamente da Trump e con la partecipazione di Tony Blair.
I Paesi arabi e musulmani avranno il compito di finanziare la ricostruzione e di garantire l’attuazione del disarmo. Prevista inoltre un’amnistia per i membri di Hamas che rinunceranno alla violenza e l’esilio sicuro per coloro che non accetteranno.
Le trattative tra Trump e Netanyahu
L’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu, il quarto dall’inizio del nuovo mandato americano, è stato caratterizzato da ore di discussioni e da un rinvio della conferenza stampa. Israele ha presentato richieste di modifica sostanziali, tanto che gli Stati Uniti hanno accettato di rivedere alcuni punti del piano Witkoff.
Un passaggio delicato è stato il coinvolgimento del Qatar: per consentire la ripresa della sua mediazione, Netanyahu ha dovuto scusarsi ufficialmente con il premier qatariota per l’attacco del 9 settembre a Doha contro i vertici di Hamas.
Le condizioni poste da Israele
Se da un lato Netanyahu ha espresso apertura su alcuni aspetti, dall’altro ha ribadito la sua contrarietà alla creazione di uno Stato palestinese, tema previsto in prospettiva dal piano. A complicare ulteriormente il quadro ci sono le pressioni degli alleati più radicali del governo israeliano, contrari a ogni concessione.
Il premier ha chiesto garanzie precise sui tempi del ritiro da Gaza e sul diritto di Israele a intervenire nuovamente qualora Hamas non rispetti gli accordi.
Il ruolo dei Paesi arabi e il nodo Hamas
Anche i Paesi arabi hanno sollevato perplessità, soprattutto sulla tempistica e sull’applicazione concreta delle misure previste. Tuttavia, Qatar, Egitto e Turchia stanno spingendo affinché Hamas accetti il piano, considerato un passaggio fondamentale per fermare quasi due anni di conflitto.
La reazione ufficiale della leadership di Hamas non è ancora arrivata. Un’eventuale apertura della milizia palestinese potrebbe trasformare il piano americano nel primo vero passo verso una stabilizzazione duratura del Medio Orient
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