di Velia Iacovino
La tempesta di droni. Le accuse a Mosca senza prove e il fantasma del Nord Stream: il vero fronte è la narrazione, il dovere di nutrire dubbi

I cieli del Nord Europa sono diventati improvvisamente un territorio di incertezza e paura. Droni non identificati sorvolano basi militari, costringono governi come quello danese a chiudere temporaneamente lo spazio aereo, paralizzano il traffico civile. Da giorni ormai la lista degli avvistamenti si allunga: Danimarca, Norvegia, Germania, Lituania. Una scia inquietante che sembra orchestrata con precisione. Volodymyr Zelensky ci ha messo in guardia: dopo il Nord Europa “potrebbe toccare all’Italia”, che per altro è la “polveriera” della Nato nel Mediterraneo, disponendo di numerose basi strategiche, come Aviano, Ghedi, Sigonella, Camp Darby, Ederle, Camp Del Din, tutti nodi vitali del dispositivo atlantico, che comprende anche arsenali nucleari custoditi in silenzio da decenni. Un avvertimento “amichevole”, dietro il quale è difficile non leggere l’ennesima pressione per spingere gli alleati a incrementare ancora il sostegno militare a Kiev.
Eppure, la domanda che aleggia e che nessuno osa pronunciare è sempre la stessa: quei droni sono davvero russi? O c’è qualcun altro che sta accelerando lo scontro, alimentando il panico, trascinando l’Europa in una spirale da cui non si torna indietro? Intanto Mosca nega con forza, e non è un dettaglio di poco conto. Ma semplicemente sollevare dubbi comporta il rischio di vedersi attribuire lo stigma di “complottista”. Anche se occorre farlo – anzi è un dovere morale- tanto più in un mondo in cui l’informazione è un fronte di guerra quanto le trincee.
Basta ricordare il caso Nord Stream 1-2. Dovremmo tenerlo bene a mente. Era il 26 settembre 2022 quando i gasdotti che rifornivano l’Europa esplosero nelle acque del Baltico, provocando un’immediata impennata dei prezzi dell’energia del 12%.
Unanime fu la reazione dell’occidente che senza alcun dubbio puntò il dito contro Mosca, accusandola di essersi auto-inflitto il più grande danno economico e strategico del suo impero energetico perché voleva danneggiarci, precludendoci i rifornimenti energetici. Chi provò a ipotizzare che potessero esserci altre mani dietro al sabotaggio venne subito e irrimediabilmente bollato come “filoputiniano”.
Eppure, alla fine inchieste giornalistiche, dal New York Times al Washington Post a Der Spiegel al Wall Street Journal e un’indagine condotta dalla magistratura tedesca hanno rivelato uno scenario ben diverso da quello che era stato all’epoca tratteggiato: a condurre l’operazione segreta sarebbe stato in realtà un commando ucraino. Alcune fonti negano mentre altre confermano il coinvolgimento diretto di Zelensky e del generale Valerij Zaluzhny, all’epoca capo delle forze armate di Kiev, oggi ambasciatore nel Regno Unito (sostenuto da Trump che lo vedrebbe bene alla presidenza), degli Stati Uniti (alla Casa Bianca in quel momento c’era Joe Biden) e della Polonia. Sta di fatto che meno di un mese fa, nella notte tra il 20 e il 21 agosto, su mandato di cattura internazionale emesso da Berlino, è stato fermato proprio in Italia, mentre era in vacanza con la famiglia sulla riviera romagnola, uno dei presunti attentatori del Nord Stream: Serhi Kuzientsov, 49 anni, ex agente dei servizi ucraini dello Sbu. L’uomo, per il quale la corte di appello di Bologna il 9 settembre scorso, ha ordinato l’estradizione in Germania, secondo la procura federale di Karlsruhe, avrebbe avuto il compito di monitorare i tempi e la logistica dell’attacco e sarebbe stato al comando dello yatch a vela “Andromeda” usato per posizionare gli esplosivi a 80 metri di profondità sotto le infrastrutture del Nord Stream nel Mar Baltico. Il tribunale tedesco ha emesso mandati di arresto nei confronti di altri sei cittadini ucraini, tra cui quattro sommozzatori, un esperto di esplosivi, un capitan e il coordinatore del commando, tutti muniti di passaporti con nomi falsi. C’è poco altro da aggiungere. Va rammentato che la Russia chiese al Consiglio di sicurezza dell’Onu un’indagine internazionale, che le venne negata. Oltre alla Germania, anche Svezia e Danimarca avviarono inchieste giudiziarie che si chiusero entrambe senza approdare a nulla nel febbraio 2024.
Il copione sembra ripetersi oggi, con i cieli oscurati dai droni. Le cancellerie europee accusano Mosca, senza prove. La Russia nega, e minaccia ritorsioni. L’Europa, invece, appare paralizzata: incapace di difendersi, schiacciata tra le strategie di Washington e le pressioni di Kiev.
E allora, se è vero che la storia recente ci ha insegnato quanto la verità possa essere manipolata e rimandata, non resta che una certezza: la necessità – e il diritto – di nutrire dubbi. Perché credere ciecamente a una sola versione significa abdicare al senso critico, mentre il compito di cittadini liberi è proprio quello di interrogarsi, anche quando il dubbio è scomodo, anche quando il coro ufficiale ci invita a tacere.
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